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I forti di Mestre e Venezia sono una delle infrastrutture storiche più estese dell’area metropolitana. Ma ciò che oggi li rende davvero interessanti non è soltanto l’eredità militare: è la loro trasformazione in luoghi contemporanei, capaci di generare socialità, cultura e nuove forme di vita urbana. Il Campo Trincerato, costruito tra Ottocento e primo Novecento come sistema difensivo, sta assumendo una nuova identità: una cintura di spazi pubblici in cui storia e presente convivono senza contraddizioni e senza retorica.
Forte Marghera è il punto in cui questa metamorfosi appare più evidente. È un luogo che non ha bisogno di essere promosso: si anima da sé, grazie ai flussi di persone che lo attraversano ogni giorno e alle attività che vi si insediano con naturalezza. Durante l’estate diventa una polarità urbana viva, frequentata da migliaia di persone attratte dalla baia, dagli spazi all’aperto, dalle serate musicali, dalle mostre ospitate negli edifici storici. La sua forza non sta in un’identità costruita a tavolino, ma nella capacità di essere un luogo aperto, accessibile, non ritualizzato, in cui ci si riconosce senza particolare sforzo.
Tra gli elementi più caratteristici del Forte ci sono le casermette napoleoniche, oggi oggetto di un importante processo di recupero. Sono edifici costruiti dai Francesi all’inizio dell’Ottocento come caserme difensive “a prova di bomba”, pensate per ospitare truppe e funzioni logistiche all’interno di un’opera fortificata. Rappresentano un patrimonio architettonico specifico, diverso dalle più note casematte ottocentesche: qui la dimensione abitativa e quella militare convivono in una struttura robusta, essenziale, fatta per durare. Il loro restauro apre nuove possibilità d’uso: laboratori, esposizioni, attività culturali e spazi per la vita pubblica. È un altro tassello della progressiva reinterpretazione del Forte, che non cancella la storia ma la mette al lavoro.
La recente connessione ciclopedonale con via Torino ha inoltre ampliato il raggio d’azione del Forte, mettendolo in relazione diretta con il Campus Scientifico di Ca’ Foscari. Il flusso di studenti, ricercatori e lavoratori che si sposta quotidianamente tra il campus e gli spazi del Forte produce un uso nuovo e spontaneo del luogo: un’estensione informale dell’università, un ambiente di pausa, studio, incontro. La sovrapposizione tra un insediamento accademico orientato all’innovazione e una struttura difensiva dell’Ottocento crea una condizione urbana originale, quasi un laboratorio di prossimità tra funzioni apparentemente distanti.
Una dinamica simile, declinata in modi diversi, emerge anche negli altri forti. Forte Carpenedo è diventato un centro stabile di attività culturali e divulgative, grazie alla presenza di realtà associative che ne hanno interpretato la vocazione. Forte Gazzera sviluppa un rapporto più diretto con il verde e con la dimensione di quartiere, ponendosi come luogo di socialità diffusa. Forte Tron e Forte Manin aggiungono ulteriori punti a questa geografia, contribuendo alla costruzione di una rete di spazi pubblici distribuiti. Non si tratta di attrazioni isolate, ma di parti di un sistema che offre alla città opportunità multiple di fruizione culturale e ambientale.
Il valore del sistema dei forti non è nostalgico né identitario. È strategico. Suggerisce una lettura policentrica dell’area metropolitana, in cui Mestre e Venezia non si oppongono ma cooperano attraverso una trama di luoghi che offrono qualità urbana. I forti sono infrastrutture civiche: sostengono la vita quotidiana, distribuiscono funzioni, creano occasioni di incontro. Sono spazi dove la città si allarga, si moltiplica, sperimenta forme di convivenza non concentrate in un unico centro.
Molte città europee stanno cercando di costruire reti urbane alternative ai centri storici saturi. L’area veneziana possiede già una struttura che può svolgere questo ruolo, purché sia riconosciuta e valorizzata con continuità. Non si tratta di musealizzare i forti, né di trasformarli in contenitori rigidi: la loro ricchezza è la flessibilità, la capacità di ospitare funzioni diverse senza perdere la propria coerenza storica e spaziale.
La vera sfida, nei prossimi anni, sarà integrare questo patrimonio in una visione metropolitana consapevole, capace di considerare i forti non come margini ma come nuovi centri di gravitazione sociale e culturale. È un processo già in corso, visibile nei gesti quotidiani: una famiglia che passa il pomeriggio alla baia, un gruppo di studenti che studia all’aperto, una mostra allestita nelle casermette, una passeggiata lungo i percorsi verdi che collegano un forte all’altro.
Guardati così, i forti non sono un capitolo del passato da raccontare con reverenza. Sono una risorsa attiva, un capitale urbano che cresce con la città e che può contribuire in modo significativo alla costruzione di una Mestre e di una Venezia più aperte, più dinamiche, più contemporanee. Una città che non ha bisogno di inventare nuovi simboli perché possiede già i luoghi in cui il futuro può accadere.



