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8 Dicembre 2025Le elezioni regionali svolte due settimane or sono in tre importanti e popolose regioni italiane hanno fornito segnali interessanti di cui gli attori politici dovranno tenere conto, se saranno all’altezza del loro compito.
La redazione di Luminosi Giorni (da ora LG) prova ora a dare un suo contributo alla riflessione, in particolare sul risultato in Veneto e segnatamente sulle ricadute in prospettiva per il Comune di Venezia, tra pochi mesi chiamato alle urne, cercando di tener fede allo stile e alla filosofia che contraddistingue la testata, improntata a disincanto, pragmatismo e antiretorica. A dati acquisiti e sedimentati è possibile articolare giudizi più ponderati. Chiediamo al lettore la pazienza per un articolo di necessità lungo, che, per facilitare, è stato suddiviso in capitoletti con temi relativamente autonomi tra loro.
I RISULTATI DI CENTRO DESTRA E CENTRO SINISTRA
Le facili previsioni sulla larga affermazione elettorale del centro destra (da ora cdx) sul centro sinistra (da ora csx) sono state rispettate, meno quelle sui rapporti di forza interni al cdx.
Infatti, la vulgata che voleva Fratelli D’Italia (da ora FDI) in dirompente ascesa anche in Veneto, nei dati definitivi è stata smentita dalle urne, che hanno di gran lunga premiato la Lega, mandando un segnale che lo stesso FDI nazionale non può ignorare per valutare il proprio stato di salute generale. La Lega si rafforza e porta a casa un risultato di rilievo, se si tiene conto dell’inevitabile dazio da pagare per la forzata rinuncia a schierare Zaia a favore del giovane Stefani, che poteva essere percepito come immaturo. L’effetto Zaia si è certamente fatto sentire, ma la sensazione è che non sia stato decisivo. Perché la Lega ha consolidato da quattro decenni in Veneto un radicamento profondo che trova fondamento sull’amministrazione di centinaia di comuni. Quanto buona amministrazione lo bisognerebbe chiedere agli amministrati, ma certo basata su un consenso oggettivo, e sulla ‘moderazione’ che il quindicennale governatore uscente ha instillato nella sua base. Un’altra faccia dal leghismo aggressivo e palesemente destrorso di Salvini e Vannacci, ben rappresentata dalla postura dialogante con l’avversario, quantomeno in campagna elettorale, del neo eletto Stefani. Da notare che la Lega, dovendo rispettare l’accordo con l’alleato FDI nella spartizione degli assessorati, avrà titolo per esercitare un credito nei confronti degli alleati e ciò potrebbe avere ripercussioni sulla contesa per il Comune di Venezia.
Conferma le previsioni più attendibili, non quelle troppo speranzose degli interessati, il risultato del csx. Il quale, anche per la tempestiva buona scelta del candidato Manildo, ottiene un risultato migliore del disastroso esito del candidato precedente Lorenzon, pur tenendo conto che i dati sono inconfrontabili, essendoci nel 2020 alleanze diverse. Dunque, un avanzamento lieve, e i dirigenti del csx dovrebbero prenderne atto con realismo, evitando gli eccessi di entusiasmo delle prime reazioni a caldo. Vedremo se ci sarà, con maggiore distacco temporale ed emotivo, una presa d’atto più razionale. È comunque un risultato che conferma la minorità storica della sinistra in regione, e che prescinde dalla validità o meno dei programmi e dei candidati. Il voto regionale in Veneto è infatti un voto di appartenenza non tanto a un partito, ma ad una cultura sociopolitica estranea e lontana da quella della sinistra, qualcosa con radici storiche e che determina una scelta elettorale per tradizione, per cultura tramandata. Esattamente lo stesso fenomeno, invertito, che avviene in Toscana e in Emilia-Romagna. Cosa diversa dalla tendenza generale, da tempo in essere ovunque, di conferma dello schieramento del governatore uscente per effetto del vantaggio che anni di governo garantiscono in termini di visibilità, notorietà e assetti di potere consolidati. Quelle del Veneto e, ribaltate, della Toscana e dell’Emilia-Romagna, sono culture storiche che ancora esprimono la loro presenza, più coerenti con il loro passato e, seppure non monolitiche dappertutto e con zone interne in controtendenza, sono dure a morire e più prevedibili, per cui le campagne elettorali hanno un effetto limitato.
Per il csx, vista la buona qualità, ci pare, dei candidati eletti, a cominciare dallo sfidante Manildo, è auspicabile nel Consiglio Regionale veneto un’opposizione costruttiva e collaborativa, l’unico modo per valorizzare anche gli inevitabili e a volte necessari momenti di opposizione, rendendoli credibili proprio perché non di principio.
Nel risultato visto nel suo insieme di tutte le liste risultano esserci tre eletti complessivi provenienti dal Comune capoluogo, non accadeva da molto tempo, e questo non può farci che piacere, non certo per bandiera localistica, ma anche e soprattutto perché gli interessi di Venezia e del territorio potranno sicuramente essere meglio rappresentati.
LA LISTA “UNITI PER MANILDO”
Nel csx c’era attesa per il risultato della lista “Uniti per Manildo” (da ora UPM) che raggruppava sigle della galassia terzopolista, invero non troppo riconoscibili nel simbolo, e difficilmente distinguibili quanto a proposta programmatica all’interno della coalizione. È un risultato che, se lo si confronta con il non lontano delle elezioni politiche del ’22 nel Veneto, non può dirsi soddisfacente, a differenza delle altre regioni al voto quest’anno. C’è da considerare il tempo davvero breve che è intercorso fra la presentazione della lista e del suo simbolo, e la scadenza elettorale. Senza nessun particolare richiamo a nulla che avesse un carattere “nazionale”, sul quale magari far leva per ottenere un po’ più di attenzione. Questo è un dato oggettivo che ha in qualche modo impedito la riconoscibilità. A questo si aggiunge, pur nella bassissima partecipazione al voto, la polarizzazione che ha esercitato il PD. Non a caso ha ottenuto un risultato più lusinghiero. Peraltro, il basso rapporto tra preferenze e voto di lista dice che per questa c’è stato un voto soprattutto d’opinione, nonostante la già citata non riconoscibilità dei loghi partitici. Inoltre in Comune di Venezia il dato di UPM è leggermente superiore sia al dato regionale che della circoscrizione della Città Metropolitana e, data la grandezza del capoluogo, i numeri assoluti assommano comunque a diverse centinaia di voti. Si tratta di potenziali interlocutori di questa nostra testata. LG ha perciò dato spazio nelle sue pagine ai candidati veneziani di UPM, a cominciare da Franco Vianello Moro, autore e redattore della testata, e a collaboratori esterni come Fosca Moro e Giovanni Leone. Tutti e tre hanno riportato un consenso personale, nelle condizioni date, interessante e certo non trascurabile e l’interlocuzione con i loro elettori anche in futuro può aprire delle prospettive per uno sperabile allargamento del consenso (ai riformisti dei due poli, all’auspicabile araba fenice Terzo Polo e alla stessa testata LG).
SEGNALI PER LE PROSSIME ELEZIONI AMMINISTRATIVE A VENEZIA
Le ricadute di queste elezioni regionali su quelle amministrative del Comune di Venezia sono molteplici. E non tanto per il valore sondaggistico dei risultati regionali proiettati sul Comune, visto un tasso di astensionismo che non sarà sicuramente replicato, quanto per il sostanziale equilibrio che si profila tar i due poli. Perché da questo punto di vista il dato veneziano parla chiaro e dice che il ruolo di Sindaco e la relativa maggioranza in consiglio sono contendibili elettoralmente. Se i due poli agissero con lucidità e razionalità, giocherebbero nella candidatura a Sindaco la carta migliore in mano, quella con più probabilità di vincere, a prescindere dal nome dell’avversario, o, meglio, simulando che l’avversario sia il più forte in assoluto sulla piazza. Per il csx, dunque, simulando che l’avversario sia Luca Zaia. Il cdx è fortemente tentato da questa scelta, che avrebbe la strada spianata visto il già citato credito che la Lega può vantare con FDI, e che costituisce un asset, per il certificato valore elettorale del nome, molto potente anche nel Comune di Venezia.
Il csx dunque ha la necessità di contrapporre la carta più valida che ha in mano. La nostra testata si era fatta promotrice a suo tempo di una proposta, sottoscritta da oltre cento firme, che individuava il miglior candidato per il csx in una figura civica sostenuta da un programma qualificato, articolato e coraggioso sulle scelte dirimenti per i temi sensibili del Comune, sia nella città d’acqua che in quella di terraferma e che non si enumerano perché a tutti noti. Certo questa figura civica andava individuata con buon anticipo per avere il tempo di accreditarsi e di accreditare il programma. E così non è stato. Con la probabile inconsistenza di un programma del cdx che punterebbe esclusivamente sulla forza del nome e sul traino nazionale, insistiamo nel dire che nel csx è assolutamente necessaria la forza di un programma serio, riconoscibile e netto sull’operare le scelte per la città, se occorre anche divisive, proprio per spostare il focus sui programmi e non sui nomi delle candidature. Al riguardo sono a disposizione tre ricerche e proposte di gruppo, che hanno prodotto una pubblicazione, e ci riferiamo ai “Futuri di Venezia”, a “Cento idee per Venezia”, “Venezia, idee per un territorio che cambia”, promosse e coordinate rispettivamente da Alessio Vianello, Nicola Pellicani e Tommaso Santini. Ciò che si vede invece attualmente nel cosiddetto campo largo del csx è un programma ancora piuttosto nebuloso, non tanto diverso nella genericità da quello che si profila per il cdx. È lo specchio dei nomi delle candidature che stanno circolando, non corrispondenti al civismo da noi proposto, candidature che rimandano a figure di persone con solida esperienza politica, certo, ma non propriamente adeguate per questa sfida, anche nella conoscenza della città. Figure diremmo doppiamente non adeguate, per la sfida, ma anche qualora vincessero e facessero il sindaco, poco sorrette da un programma, come già detto, eccessivamente generico e onnicomprensivo.
ASTENSIONISMO
Si è tenuto per ultimo il fattore astensionismo perché da una parte è il convitato di pietra di queste elezioni, dall’altra è diventato un tormentone dei commentatori politici oltre che delle conversazioni quotidiane, e le due cose non si contraddicono. Il 42% dei votanti è in effetti una quota bassa che manda più segnali. Uno è quello che ha un fondo di verità, vale a dire la cosiddetta “crisi della democrazia”. Ma andrebbe precisato “crisi della democrazia rappresentativa”. E non crisi tout court della democrazia, che contiene altri elementi graziaddio più in salute in Italia e in Europa, come soprattutto lo Stato di diritto che ha vita autonoma dalle elezioni e dalla scarsa partecipazione al voto.
C’è chi fa notare che una cifra così bassa in Veneto è drogata da fattori concomitanti, come la quota dei residenti all’estero, forzatamente astensionisti; e come il fattore determinato dall’esito scontato in anticipo della, si fa per dire, contesa elettorale. Tutto pertinente, ma, se il segnale è generale e rimanda ad un quadro complessivo, si può dire che quel 43% di affluenza in circostanze tutte più favorevoli a quelle citate guadagnerebbe, mettiamo, dieci/dodici punti, difficile di più. E si arriva al 55%. Basso lo stesso, che vuol dire un 45% che si astiene. Tanto lo stesso. I teorici della crisi della democrazia e della disaffezione alla politica avrebbero, anche in questo caso più ottimista, delle buone ragioni. I più approfonditi la inseriscono infatti in un’analisi più articolata. Per essi da anni sono al lavoro quattro silenziosi «tarli del legno» che stanno scavando nel tessuto vivo delle democrazie: le diseguaglianze sempre più marcate (economiche e non solo), la perdita di memoria storica, l’uso spregiudicato delle fake news con il conseguente avvelenamento delle fonti della conoscenza e la mancata fiducia nel futuro. Analizzati a fondo, cifre alla mano, questi fattori determinano un crescente distacco dalla politica da parte di molti, evidente nelle percentuali sempre più alte di astensionismo alle urne. In questo panorama storico, l’Italia appare un paese malato di rancore e di sfiducia, brodo di coltura ideale peri soggetti illiberali e nazional-populisti. Va però detto che i commenti circolati in queste settimane hanno avuto versioni meno contestualizzate di questa, fermandosi, con considerazioni di circostanza e piuttosto retoriche, alla semplicistica equazione: astensionismo=crisi della democrazia e distacco dalla politica. E ci si chiede: l’astensionismo significa solo questo?
Una lettura più disincantata e approfondita ci invita ad andare oltre. Una quota di astensione è fisiologica ed è sempre esistita, visto che anche nei momenti migliori il 20% stava a casa. Il profilo del 20% fisiologico è più noto: o da una parte l’impossibilitato oggettivo – anziano, disabile, residente in luoghi lontanissimi dai seggi – dall’altra il qualunquismo cronico di sempre, sintetizzato dalla frase “tanto sono tutti uguali” (i partiti e i politici). Ma sui restanti eviteremmo letture frettolose, così come l’insistere anche per questi su una generalizzata disaffezione alla politica. Semmai è una disaffezione verso l’offerta che la politica offre. E allora diciamo che per i restanti è un astensionismo “consapevole”, per nulla disaffezionato alla politica. Convive accanto ad una certa disaffezione generalizzata, dovuta a molte cause, per alcune se ne è dato conto, altre ve ne sarebbero e l’elenco è lungo. Eppure, non sembra che nei due poli contrapposti manchi una ampia gamma di sfumature a cui attingere per votare. Sicuramente il “mai contento” anche nei due poli contrapposti non riesce a trovare il prodotto perfetto e non ha votato, ma si fa strada un’altra possibilità: una parte dell’elettorato d’opinione, cioè, si è sentita privata di quello che il filosofo della politica Norberto Bobbio aveva definito Il “terzo assente”. Vale a dire un’offerta, riconoscibile, accreditata, per cui credibile, liberal democratica, laica, pragmatica, riformista. Ci vorrebbero certo delle controprove, ma anche questa lettura va considerata.
Tirando le somme si può dire che l’“astensionismo consapevole” è un vero partito politico, per quanto diviso in correnti, come lo sono del resto tutti i partiti che si rispettano. Queste sono supposizioni, nulla di scientifico. E sulla sua natura, a differenza che per l’astensionismo storico, scientificamente si brancola ancora nel buio, tranne probabilmente qualche caso molto specialistico per addetti ai lavori. E sorprende che, nel gran numero di politologi, di sociologi e di psicologi che circolano, quantomeno nei commenti a larga diffusione, non ci sia ancora stato nessuno in grado di fornirci un’analisi. I politologi sull’orientamento politico sommerso degli astenuti “consapevoli”, da noi solo supposto; e i sociologi e gli psicologi sulla variegata componente culturale, psicologica e socioeconomica di tutto l’insieme degli astenuti. Per ora questi esperti nelle loro rispettive materie, al livello del commento mass mediatico, mandano, come si dice, “la palla in tribuna” con la “crisi della democrazia”. Facendo di una verità, indubitabile, ma la più facile da rilevare, una verità completa che completa forse non è.
PASSIONE E CORAGGIO DEI CANDIDATI
Non si può non sottolineare infine l’altra faccia dell’astensionismo, vale a dire la partecipazione attiva di chi si è candidato (a prescindere in che lista) e dei suoi sostenitori/elettori più vicini. Siano o non siano stati eletti, hanno tutti mostrato la faccia. Per ambizione personale? Anche, perché no? Ma soprattutto hanno manifestato ancora passione per la polis in tempi elettorali difficili e in un tipo di competizione che poco scalda i cuori come quella regionale. Tutti loro, ci pare, si sono esposti, alcuni con l’incertezza del risultato, molti con la certezza di quello negativo. Chi sta ai vertici dovrebbe ringraziarli e tenerne conto in prospettiva per la riqualificazione di una nuova classe politica. E se non li ringraziano, lo facciamo noi che ci fregiamo dell’ambizioso sottotitolo “Rivista di cultura politica”.



