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7 Dicembre 2025Matteo Gasparato, finalmente investito ufficialmente della carica di Presidente dell’Autorità Portuale, ha tenuto la conferenza stampa di inizio mandato e ha manifestato di fronte alle Autorità cittadine la volontà di rilancio del Porto come asset fondamentale della città. Facciamo al dott. Gasparato i migliori auguri di buon lavoro nella nuova importante carica e siamo certi sia consapevole dell’importanza strategica, per il futuro della città, dell’Ente che presiede.
Vale la pena di entrare nel merito (e tra le righe) di quanto dichiarato dal neo Presidente e, detto senza polemica e con spirito costruttivo, mi pare di evidenziare tre punti critici.

Matteo Gasparato © Venezia Today
Il primo: Gasparato ha dimostrato una certa freddezza verso il porto offshore circa il quale sottolinea che i tempi saranno inevitabilmente lunghi e la procedura complessa. È certamente vero; tuttavia, al Presidente non può sfuggire che, lo abbiamo detto e scritto molte volte ma repetita iuvant, il futuro del Porto è legato alla possibilità di essere accessibile. E, in relazione alle prevedibilmente sempre più frequenti chiusure del MOSE per l’ineludibile innalzamento del livello medio mare, l’opzione offshore è l’unica che può garantirne la competitività – direi anzi la sopravvivenza – nel lungo periodo. Ora, il D.L. 45/2021 che ha indetto un concorso di idee per la realizzazione di punti di attracco fuori dalle acque protette della laguna ha indicato una corretta direzione politica ma non affronta il tema della sua realizzazione (e segnatamente del finanziamento). In contesti simili, gli strumenti utilizzati sono stati diversi, come il modello della diga foranea di Genova, dove si è deciso per un progetto, fatto un bando e assegnato e finanziato i lavori. Ebbene, dal Presidente del Porto di Venezia ci si aspetterebbe che battesse i pugni su qualche tavolo romano, un atteggiamento vigile e proattivo e non, come francamente è apparso, una postura attendista e quasi rassegnata. Non è il migliore dei segnali che il primo a non nutrire fiducia nel porto offshore sia lo stesso Presidente anche se l’infrastruttura ha tempistiche temporali che certamente esorbitano dal periodo della sua carica.
Il secondo: Gasparato si è giustamente rallegrato per l’approvazione della VIA dell’isola Tresse 2 per il conferimento dei fanghi di scavo e ha auspicato una veloce approvazione degli altri progetti commissariali in esame. Questi comprendono il ripristino della batimetria del Canale dei Petroli e la sua “sigillatura” per prevenire la dispersione di preziosi sedimenti in mare e il terminale sul Canale Nord per gli accosti delle navi da crociera. E fin qui tutto bene. Tra i progetti commissariali c’è però anche il ripristino (di fatto quasi scavo ex novo) del canale Vittorio Emanuele teso alla rifunzionalizzazione della Marittima come attracco per le navi da crociera (fino al limite di 70.000 ton di stazza). È, a nostro parere, un (grave) errore. Per considerazioni di carattere ambientale in quanto è un intervento potenzialmente pericoloso per l’equilibrio idrografico della laguna. Perché “cortocircuita” i due accessi navigabili in laguna – dalla bocca di Lido e da Malamocco – con imprevedibili esiti sulle maree. La nostra testata non ha mai vellicato visioni catastrofiste di certo ambientalismo integralista ma certo un minimo di principio di precauzione sarebbe saggio. Ma soprattutto: riportare le grandi navi in Marittima significa compromettere i sogni di epocale rigenerazione urbana che possiamo riassumere nello slogan “Marittima porto abitato”. Non mi dilungo per motivi di spazio ma insomma l’operazione costituisce oggettivamente un guardare al passato e non al futuro.
Il terzo: appunto al futuro guardava con coraggio il progetto di ridefinizione del waterfront fortemente voluto dal precedente Presidente Di Blasio. Merita brevemente ricordarne la vicenda: il progetto interessava le aree S. Basilio, Scomenzera – Sant’Andrea e S. Marta; le linee di massima erano state definite da IUAV; il Documento Preliminare di Progettazione (DPP) sviluppato dallo Studio Cecchetto (giustamente remunerato per il lavoro). Il DPP (qui il dettaglio https://www.luminosigiorni.it/politica-3/il-waterfront-di-venezia-nella-visione-del-porto/) presentava idee potenzialmente bellissime, una nuova piazza, il lato del Canale Scomenzera liberato e di fatto un nuovo quartiere, la porosità con la città, un rilancio di Santa Marta.. insomma, carne al fuoco come mai in passato.

L’area interessata dall’intervento sul waterfront
Certo con elementi di criticità ma nel complesso un’opportunità epocale per la città. E, more solito, aveva suscitato reazioni contro. Dal prontamente nato “Comitato Waterfront” costituito da cittadini preoccupati di perdere il posto macchina, poi dai soliti verdi che vedevano, presi da puro riflesso pavloviano, nientemeno che una minaccia all’ecosistema lagunare e infine dalla stessa Amministrazione Brugnaro (probabilmente perché il progetto non era un’idea del Sindaco stesso) https://www.luminosigiorni.it/politica-3/rigenerazione-urbana-waterfront-quando-manca-la-classe-dirigente/. Ebbene, Gasparato ha dichiarato l’intenzione di azzerare tutto il lavoro del predecessore e di ripartire da zero. Non rivedere. Non migliorare: cancellare. Tradotto: buttare via mesi di lavoro fatto e, non nascondiamoci dietro a un dito, indirizzare il tutto su un binario morto. Certo, si risolve un problema perché il Comitato Waterfront potrà festeggiare perché nessuno gli toccherà i posti auto, gli ambientalisti smetteranno di evocare catastrofi inesistenti e il Comune potrà sentirsi nuovamente al centro del gioco.
Nel frattempo, però, la città perderà un’occasione irripetibile: un nuovo quartiere di 17 ettari destinato a finire dritto nell’archivio delle occasioni mancate. Con un tocco finale da teatro dell’assurdo: Gasparato vuole affidare un nuovo incarico allo IUAV, la stessa università che aveva già svolto gli studi preliminari per chi c’era prima.. È la tragedia di questa città (e forse dell’intero Paese..): se proponi di fare, di incidere sul presente vieni crocifisso. Chi invece non fa nulla, chi lascia affondare tutto nell’immobilismo, viene persino applaudito. Tutto bene, madama la marchesa, e avanti così.
Resta solo la speranza (risicata) che la prossima campagna elettorale riporti al centro del dibattito il dossier. Il futuro del waterfront non è scritto. Chi si candida a governare Venezia dovrà assumersene la responsabilità, mettendo nero su bianco una visione, non un rinvio. È una scelta strategica sulla città che vogliamo lasciare. Può diventare un quartiere vivo o l’ennesimo monumento all’immobilismo. La differenza la farà chi avrà il coraggio di decidere. Venezia non può più permettersi timidezze: ora serve scegliere da che parte stare.



