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18 Giugno 2025La vicenda dei quattro referenda sul lavoro targati CGIL (vedremo a parte il quinto, quello sulla cittadinanza) è la prova diretta, tangibile e palese di come (non) funziona il nostro sistema Paese. Non c’è nulla da fare, siamo un Paese illogico (per essere benevoli, mi sarebbero venuti in mente aggettivi assai più tranchant).
Se n’è già detto molto sui media, anche nella nostra stessa testata ma qualche considerazione di carattere generale va fatta. In pillole:
- Tra i sostenitori dei referenda c’era il partito, il PD, autore della legge (quella cosiddetta Jobs act) che i quesiti referendari volevano di fatto disinnescare. S’intende, qualche volta nella vita è certamente lecito cambiare idea e in effetti il cambio di postura e di indirizzo del partito attuato da Schlein, con l’evidente intento di configurare il PD come forza di sinistra radicale e cancellare ogni parvenza di riformismo (leggasi definitiva de-renzizzazione del partito) danno almeno una ratio politica a questo posizionamento. Ciò detto, non si spiega come le forze di governo, che all’epoca avevano votato contro il Jobs act si siano compattamente schierate a favore del mantenimento dello stesso (tramite astensione o voto NO). Possibile? Due schieramenti su due che invertono la loro collocazione? Ora, possiamo anche credere a Babbo Natale ma è evidente che il merito dei quesiti era l’ultima cosa che interessava.
- A riprova che l’intento dei promotori politici era del tutto strumentale, la sciagurata sincerità dell’ineffabile Francesco Boccia (comunque poi ripreso da moltissimi altri, soprattutto dopo l’esito della consultazione) che ha dichiarato che l’obiettivo politico era chiamare a raccolta un numero di elettori (peraltro facendo una terribile confusione tra votanti totali e voti a favore) superiore ai voti presi dal centrodestra alle politiche “per dare una spallata al Governo Meloni”. Di fatto l’ammissione che lo strumento referendario era in partenza strumentalizzato, e dunque svilito nel merito, dagli stessi promotori. Alla faccia dei fiumi di inchiostro e melassa retorica sull’espressione più nobile della democrazia diretta, sulla sacralità della volontà popolare. Altro che quelli che non sono andati a votare.. sono quelli che usano il referendum per motivazioni del tutto aliene al merito delle questioni che sviliscono e compromettono il valore di questo tipo di istituto. E poiché al peggio non c’è fine, la decisione della premier di andare al seggio ma non ritirare le schede ha aggiunto anche un aspetto ridicolo di cui certo non si sentiva la mancanza.
- Volendo comunque entrare nel merito dei quesiti, rimando all’ottimo Franco Vianello Moro https://www.luminosigiorni.it/mondo/spigolature/, solo sottolineo l’assoluta mancanza di senso in particolare di quello che avrebbe imposto la responsabilità solidale del committente per infortuni derivanti da rischi specifici (leggasi: rischi connessi ad attività particolari e specialistiche di cui solo il subappaltatore ha competenza) dell’appaltatore o subappaltatore. Ma a parte lo stretto perimetro del merito dei quesiti, colpisce (e qui emergono tutti i limiti personali di Landini) la loro obsolescenza. Sono tutti temi applicabili a una visione novecentesca dei rapporti di lavoro e del mondo del lavoro in genere. I problemi del lavoro oggi sono il probabilmente devastante impatto che avrà l’intelligenza artificiale, il basso livello dei salari, la conseguente fuga dei cervelli all’estero.. un mondo e dinamiche completamente diverse dall’immaginata contrapposizione tra operai e padroni che turbina nella mente di Landini.
Detto quanto sopra, visto che la vera posta in gioco dei referendari era misurarsi, per la precisione misurare il consenso e l’impatto della specie di tripartito PD-AVS- 5Stelle più la CGIL (d’ora in poi userò questo termine per brevità) che evidentemente è negli auspici di Schlein, proviamo a fare il gioco appunto di valutare il valore e il peso dei risultati ottenuti. Pochi numeri: la partecipazione al voto è stata del 30,6%. I SI nei 4 referenda sul lavoro hanno preso (con leggere differenze) intorno all’88% (dato medio arrotondato). Quindi i referendari possono rivendicare il 0,88 x 30,6 = 27% circa degli aventi diritto. Per tentare di tradurre questo 27% in consenso elettorale si deve rapportare questo numero di elettori non alla platea degli aventi diritto ma a quella dei votanti, che alle ultime elezioni politiche (prendiamo questo riferimento) è stata del 64% circa. Il 27% di 100 corrisponde al 42% di 64, sempre arrotondando. Quindi una prima conclusione è che, nell’ipotesi di supporre che tutti e soli i voti potenziali del quadripartito si siano tradotti in SI ai referenda sul lavoro, il “valore” del tripartito è del 42%. A prima vista, sembrerebbe un dato abbastanza verosimile, se sommiamo i consensi dei 3 partiti nei sondaggi (peraltro piuttosto stabili da mesi) in effetti, più o meno si ottiene proprio quel valore.
MA.. c’è appunto un MA grande come una casa: il dato clamoroso dell’esito del referendum sulla cittadinanza, dove i SI si sono fermati al 65% (a parità di partecipazione al voto). Che è davvero un dato eclatante, perché dice che in una platea in qualche modo selezionata, che è andata ai seggi, quindi motivata, uno su tre è contrario a facilitare l’accesso alla cittadinanza agli immigrati regolari. Il che può voler dire due cose (non necessariamente alternative):
- che un terzo degli elettori del tripartito non è affatto proclive a facilitare l’ottenimento della cittadinanza;
- che non corrisponde al vero l’ipotizzata coincidenza tra tripartito e votanti si e si è recato a votare anche qualche elettore di centro destra.
Un’indicazione interessante, ma non definitiva, la fornisce questa tabella del Corriere della Sera che stratifica la distribuzione dei voti per ciascun partito in alcune grandi città.

Va presa con le pinze perché le grandi città non sono sempre rappresentative della media del Paese. E non sono nemmeno omogenee al loro interno (i risultati della cittadinanza sono un plebiscito nelle ZTL e crollano nelle aree a più alta densità di abitanti con background migratorio) però ci mostrano una tendenza che sembrerebbe avvalorare entrambe le ipotesi di cui sopra.
Ci dice innanzitutto che gli elettori 5stelle sono tiepidissimi sulla cittadinanza. E che nemmeno nel PD c’è un’assoluta adesione (mediamente c’è un elettore su 10 del PD che ha votato NO).
Rivela inoltre che non pochi elettori del centrodestra, soprattutto della Lega, sono andati a votare e hanno votato SI per quanto riguarda i referenda sul lavoro. È un dato assolutamente sorprendente perché questi elettori sono andati al seggio nonostante l’inenarrabile Boccia avesse invitato ad andare a votare “per dare una spallata al Governo Meloni”; ora, va da sé che se sono un elettore di centrodestra e voglio mantenere in salute il governo in carica, non sarò certo invogliato ad andare a votare se mi avvisano che il mio voto serve a mandare in crisi il governo. In ogni caso, nell’ottica di valutare il risultato del tripartito questo porta a ridimensionare il risultato stesso (perché dentro i 12 ml e rotti di SI ci sono appunto anche voti di centrodestra che certo alle elezioni politiche non votano il tripartito).
Infine, ma questa è l’indicazione da prendere più con le molle (qui forse pesa la già ricordata circostanza che stiamo parlando di grandi città), colpisce che tutti gli elettori del tripartito sono andati compatti a votare e quindi (sempre, ripeto ancora, che questa indicazione sia affidabile) il tripartito stesso non disporrebbe di altri voti silenti da far valere in occasione delle politiche.
Possiamo dunque distillare le seguenti considerazioni:
- il dato clamoroso dello scarsissimo appeal tra gli stessi elettori di sinistra dell’ipotesi di facilitare l’accesso alla cittadinanza è in parte ridimensionato dal fatto che pesano anche i voti del centrodestra ma resta comunque un problema non da poco per la narrazione e la definizione di un indirizzo politico da parte del tripartito (detto in parole povere: l’apertura agli immigrati, anche regolari, NON è un tema popolare). Ad essere particolarmente benevoli, possiamo forse (forse..) considerare che il referendum, che per sua natura taglia con l’accetta la questione, non era lo strumento giusto. Continuo personalmente a pensare che la strada più conveniente e razionale sia insistere sullo ius scholae.
- La significativa partecipazione al voto di elettori di centrodestra al voto indebolisce la solidità delle indicazioni circa il consenso elettorale del tripartito. Ma quelle poche indicherebbero che quel 42% di consensi che abbiamo calcolato sia il limite superiore della fascia di stima.
In conclusione, per i promotori dei referenda: 1) gli obiettivi dei referenda non sono stati raggiunti essendo lontanissimi dal raggiungimento del quorum; 2) si sono scoperti una bomba in casa sul tema cittadinanza agli stranieri (e questo può essere utile perché evidenzia un problema che forse poteva essere sfuggito); 3) la prova della misura del consenso non ha dato risultati molto confortanti.
Non credo abbiano molto da festeggiare.
Immagine di copertina © Internazionale



