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12 Giugno 2025Trusk
C’era chi l’aveva pronosticato fin dall’inizio, ma la maggior parte dei commentatori accondiscendenti e adoranti l’avevano benedetta come una solida alleanza: Trump + Musk
Musk ad un certo momento ha sbroccato e Trump ha reagito alle critiche minacciando di cancellare i contratti miliardari che le aziende del fondatore di Space X hanno con il governo federale, e poi ha detto che se alle prossime elezioni di metà mandato Musk finanziasse candidati democratici contro candidati repubblicani «dovrà affrontare conseguenze molto serie».
Lo schema è lo stesso che da vent’anni Vladimir Putin applica contro gli oligarchi che considera infedeli. Sono tutti e due fatti della stessa pasta e dev’essere anche questa una delle ragioni che li vede accomunati dallo stesso modo di fare nel fregarsene dei problemi globali, ma di guardare solo al proprio tornaconto.
Se l’America diventa il posto dove nemmeno l’uomo più ricco del mondo può dire liberamente quello che pensa, figuriamoci la libertà che potranno avere i poveri cristi, a cominciare da quelli che ogni giorno sono oggetto di quel tipo di retate in stile Gestapo che nel weekend hanno scatenato una rivolta popolare a Los Angeles, in queste ore in estensione in altre importanti città statunitensi..
Trump reagisce con l’invio della Guardia Nazionale adottando una norma che è stata usata soltanto una volta, nel 1965, quando Lyndon Johnson mandò le truppe statali a difendere chi manifestava per i diritti civili in Alabama. Trump invece manda i soldati per arrestare i manifestanti che pretendono che si rispetti la Costituzione, e non contento ha chiesto al capo del Pentagono di mobilitare anche i marines.
Quando i furgoni blindati dell’esercito hanno invaso le strade di Los Angeles, ci si aspettava che il Partito Democratico alzasse la voce invece il Partito democratico, da mesi, sembra esistere solo nella forma: non ha più una linea definita. La crisi è profonda e si manifesta nel momento più critico, proprio mentre il presidente attraversa una fase di escalation retorica e militare.
Trump in compenso ha rivoluzionato il DNA del Partito Repubblicano, trasformando la sua piattaforma politica da internazionalista a isolazionista, da fautrice del libero mercato a sostenitrice di politiche protezioniste, da partito del rigore fiscale allo statalismo selettivo. E i Democratici? Sono rimasti fermi, subendo l’etichetta di partito delle élite accademiche, dei media, di Hollywood, delle fondazioni e delle burocrazie pubbliche.
Così l’America di Donald Trump è sempre meno uno stato di diritto, e sempre più un Paese che comprime la libertà.
“Stiamo parlando di uno scenario russo in America, stiamo assistendo alla trasformazione della più longeva democrazia del mondo in una democratura, alla mutazione di una repubblica che si autogoverna, ovvero il cuore dell’American Experiment, in uno Stato autoritario guidato da un aspirante despota che dispone come vuole dei dissidenti e si aspetta da tutti gli altri solo lusinghe e soffietti” (cit. C. Rocca).
Flop Act
Peggio dell’arroganza dei vincitori, in politica, c’è solo l’arroganza degli sconfitti
Magari alcuni tra i capi dell’alleanza di sinistra si mostrassero consapevoli di un punto chiave: i 13-14 milioni di voti raccolti dai promotori – e non tutti favorevoli al “SI’”, come sappiamo, specie nel quesito sui cinque anni per ottenere la cittadinanza – non sono trasferibili in modo semplicistico sul piano delle elezioni politiche o regionali.
Quando la segretaria del PD, all’indomani del referendum, dichiara ovunque e ripetutamente che l’alternativa al governo è più vicina grazie ai «14 milioni» che sono andati a votare, intestandosi quindi anche coloro che sono andati a votare NO, è evidente che si compie un salto nell’astrazione logica.
A questo proposito, ascoltando certi dirigenti del PD rivendicare con veemenza trionfi inesistenti, esponendosi fin troppo generosamente ai lazzi e agli sberleffi degli astanti, torna in mente la scena di Amici miei in cui Tognazzi imbastisce la ormai sempiterna “Supercazzola”.
In politica capita di sbagliare: una battaglia campale su questioni lontane dai problemi reali del Paese, fare del referendum un sondaggio sulla forza della sinistra con il velleitario obiettivo di dare una spallata al governo, che non c’è minimamente stata.
L’arrampicata sugli specchi di tutto il gruppo dirigente del Nazzareno per trovare motivi di conforto (il “quorum Boccia” su tutti) assomiglia tanto al John Belushi dei Blues Brothers nell’altrettanto famosa scena dell’incontro notturno con la sposa mancata.
Si è voluta emendare capziosamente una stagione politica, quella di Renzi PdC, “in cui si sono commessi troppi errori” mettendo al centro il Jobs Act, ma si sono trascurati i fatti concreti. E si è andati a sbattere!
I quesiti sui licenziamenti riguardano i soli lavoratori dipendenti del settore privato, un terzo degli elettori: 17 milioni di persone rispetto ai 51 milioni chiamati al voto. Non sarebbe un problema se la questione fosse al centro delle preoccupazioni degli elettori o un’emergenza sociale su cui richiamare la loro attenzione.
Ma i licenziamenti non sono al centro delle attenzioni dell’opinione pubblica per il semplice fatto che sono al minimo storico. Nel 2024 ci sono stati 42 licenziamenti ogni 1.000 lavoratori dipendenti a tempo indeterminato, il livello più basso degli ultimi 20 anni, il 40% in meno di quando (in condizioni congiunturali simili) è entrata in vigore la legge che il referendum si proponeva di abolire.
Le controversie in ambito di lavoro sono da allora diminuite del 65%, i procedimenti iniziati per motivi di licenziamento si sono ridotti del 41%.
Ma anche la coalizione di centrodestra rischia di commettere lo stesso errore: quello di compiacersi per il buco nell’acqua dei cinque referendum e immaginare che l’opposizione si sia autoesclusa dalla gara elettorale per un numero “x” di anni.
Venezia la luna e tu
Il gioco della politica del centrosinistra è un gioco a rimpiattino, quando non è più esplicitamente un buttare la palla in tribuna. I lavori (grande eufemismo) del tavolo della coalizione assomigliano ad un chiacchiericcio continuo “sul niente” o quasi, lasciando del tutto intoccati i temi programmatici della Città e ancor più lontano un inizio di discussione sui criteri per una candidatura che provi a risultare vincente.
Per quello che si capisce la candidatura di Andrea Martella (segretario Regionale del PD, Senatore alla sua quinta legislatura) è ancora sottotraccia ma il PD veneziano, quello che comanda secondo i rapporti di forza anche nazionali, sta lavorando incessantemente su quella.
Quando incontro qualcuno di loro nessuno si esprime apertamente, ma te lo fanno capire.
Poi invece quando incontro persone politicamente informate, attente alla vita cittadina, ma non necessariamente appartenenti a qualche partito, pongono la domanda: allora chi sarà il prossimo candidato? Se si fa cenno alla possibilità che sia Martella il volto dell’interlocutore assume un’espressione dubbiosa se non proprio perplessa.
Se si pone in alternativa un nome di qualche figura fortemente civica e particolarmente attenta ai problemi della nostra Città, le persone allora si rianimano e anche se non fanno salti di gioia, almeno esprimono un vago cenno di soddisfazione.
Che il lasciar trascorrere il tempo giochi a favore di Martella (il predestinato salvatore della patria che si sacrifica per il bene collettivo, quando i tempi saranno troppo stringenti per pensare ad altri…) è del tutto evidente.
Sarebbe necessaria una qualche spinta, una più decisa presa di posizione da parte di qualcuno dei potenziali candidati al di fuori dell’inner circle del PD, per non dire che sarebbe necessaria una forzatura nei confronti dei gruppi più rappresentativi di quella coalizione.
Con tutti i limiti del caso una mossa del genere andrebbe interpretata in positivo – il traccheggiamento non gioca oggettivamente a favore di nessuno se non del “candidato in pectore” – perché metterebbe tutti di fronte ad uno scenario concreto e non virtuale.
E aiuterebbe il chiarimento politico rispetto alla caratterizzazione della coalizione stessa e ai suoi contenuti programmatici. A loro la responsabilità di un diniego.
Anche se… siamo sicuri che un candidato, per quanto autorevole e “futurista”, sia in grado di trascinare programmaticamente sui suoi punti qualificanti il grosso della coalizione che gli possa garantire il pieno dei voti per vincere?
Non si aprirebbero anche per lui/lei grosse contraddizioni e compromessi al ribasso o spinte all’accantonamento di alcuni temi forti e qualificanti?
Ormai siamo in Estate e il tempo passa (inesorabilmente): tra poco ci saranno le elezioni Regionali con tutto il loro can-can e poi saremo già in vista della scadenza comunale: e noi qui a rimirar la luna che brilla sulla Laguna.



