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10 Ottobre 2026La sicurezza non è un numero. È un metodo
Proviamo a guardare la sicurezza come un ingranaggio: pezzi diversi che funzionano solo se girano insieme. Il primo è una polizia capace di stare in relazione con i cittadini, che da quella relazione ricava una conoscenza profonda di ciò che accade sul territorio. Il secondo è una polizia capace di usare la tecnologia per riconoscere chi commette i reati e fermarlo. Venezia oggi ha alcuni di questi pezzi, ma non li fa girare insieme. Conviene partire dal primo, perché è quello che rende visibile ciò che i numeri ufficiali non mostrano.
Conoscere il territorio significa capire il disagio reale della collettività. Una domanda su tutte: come vive il cittadino quelli che le istituzioni considerano reati minori? La gerarchia dei reati è giusta. Ma un borseggio, un furto o uno scippo, ripetuti ogni giorno negli stessi luoghi, logorano la vita di chi abita e lavora in città. Quando le persone hanno l’impressione che quello che subiscono venga ridimensionato, smettono di denunciare. Nasce così il sommerso: numeri enormi, soprattutto per i reati minori, proprio quelli che generano più allarme sociale e che nelle statistiche non entrano.
Accanto al sommerso c’è il degrado, che non è reato ma limita comunque la libertà. Chi cambia percorso, chi evita una strada dopo una certa ora, chi rinuncia a uno spazio pubblico: nei numeri ufficiali nulla di tutto questo compare. Per questo il concetto di “sicurezza percepita” viene spesso usato male, come se i cittadini avessero una visione distorta. Spesso ne hanno una più completa, perché il territorio lo vivono.
Se il sommerso nasce dalla sensazione di non essere ascoltati, è da qui che bisogna ripartire. Sentirsi ascoltati non è un dettaglio di cortesia: è la condizione da cui dipende tutto il resto. Chi conosce di persona l’agente che presidia la sua zona denuncia più volentieri, segnala prima, racconta particolari che a un ufficio anonimo non direbbe mai. Ogni denuncia in più è un’informazione in più, e le informazioni sono la materia prima delle indagini. Al contrario, chi si sente ignorato smette di parlare: il sommerso cresce, le statistiche migliorano sulla carta e la polizia perde proprio le notizie che le servirebbero per lavorare.
C’è poi un effetto che va oltre la singola indagine. Un cittadino che vede la propria segnalazione presa sul serio, e magari ne conosce l’esito, recupera fiducia nelle istituzioni e torna a sentirsi parte di una comunità che si protegge, invece di un individuo lasciato solo a difendersi.
Eppure oggi misuriamo la sicurezza quasi solo con i reati denunciati, e così il disagio, le zone evitate e la sfiducia che cresce restano invisibili. Serve un metodo stabile di ascolto, che raccolga ciò che succede sul territorio prima che diventi emergenza. E l’ascolto deve valere in entrambe le direzioni: la politica, a sua volta, deve ascoltare le esigenze strutturali delle forze dell’ordine, perché possano operare al meglio secondo una logica condivisa.
Ascoltare le forze dell’ordine significa anzitutto dare loro i mezzi. Per questo la politica deve impegnarsi a trovare le risorse per un vero servizio di polizia di prossimità: con agenti stabilmente presenti sul territorio, la capacità di relazione con il pubblico cresce attraverso la presenza, il contatto diretto e l’ascolto.
Una presenza, però, che non deve essere di rappresentanza. Non è il cittadino che deve trovare il tempo e il coraggio di presentarsi in un ufficio: è la polizia che va dal cittadino. L’agente è già lì, nella piazzetta, nel campo, al mercato, sul vaporetto, conosce le persone e viene riconosciuto. Agenti proattivi, che si muovono verso il territorio invece di attendere che il territorio si muova verso di loro.
La vicinanza, tuttavia, è solo metà dell’ingranaggio. Le informazioni raccolte sul territorio diventano davvero decisive quando esiste un metodo capace di metterle in relazione, ed è qui che entra in gioco il secondo pezzo: la tecnologia. In molti campi la tecnologia ha permesso all’uomo di fare passi da gigante. In medicina la diagnostica per immagini, gli screening e l’analisi genetica consentono oggi di individuare precocemente malattie gravi che un tempo si scoprivano quando era troppo tardi per curarle. Non è cambiato solo lo strumento: è cambiato il modo stesso di affrontare il problema, dalla cura alla prevenzione.
Lo stesso salto è possibile nell’investigazione. La tecnologia è già al fianco degli operatori della sicurezza, ma funziona solo se è costruita su esigenze operative precise, che a loro volta evolvono con l’innovazione e permettono di fare oggi cose che ieri erano impensabili.
Per capire quale salto, basta guardare ai reati che pesano di più sulla vita quotidiana: furti, truffe, borseggi, rapine. I numeri sono enormi, ma non corrispondono agli autori. Molti reati sono commessi da poche persone che colpiscono decine di volte, ed è proprio questa ripetizione a generare le cifre che leggiamo.
Milano lo ha dimostrato già nel 2008, sulle rapine agli esercizi commerciali: quell’anno la Questura ne registrava 664. Un poliziotto della Squadra mobile, Mario Venturi, partì da un presupposto semplice: il numero dei reati non è il numero degli autori. Ideò quindi un approccio analitico investigativo che spostava l’attenzione dal singolo fatto al fenomeno criminale. Il punto di partenza non erano le rapine già ritenute seriali, ma tutte le rapine: confrontandone modalità, abbigliamento, armi, orari e luoghi, si estraevano i tratti caratteristici che permettevano di riconoscere quali appartenessero a una stessa serie. Da questo approccio è nato uno strumento capace di elaborare migliaia di informazioni. Il 70% di quelle rapine risultò opera di 80 serie criminali, e conoscere una serie permetteva di prevederne i colpi successivi: dove, quando, come.
Non si tratta di un successo raccontato da chi lo ha ottenuto. L’efficacia, documentata da evidenze scientifiche e supportata dai dati del Ministero dell’Interno, è stata inoltre oggetto di una valutazione indipendente da parte dell’economista Giovanni Mastrobuoni, con uno studio pubblicato nel 2020 sulla Review of Economic Studies, sfruttando il fatto che Polizia e Carabinieri si alternano sulle stesse zone e che solo la Polizia usava il nuovo metodo, lo studio ha mostrato, su oltre duemila rapine tra il 2008 e il 2011, che con il metodo le rapine risolte aumentavano di oltre il 50%, e che il vantaggio nasceva proprio dalle informazioni ricavate dai colpi precedenti di una serie. Secondo le stime dello studio, il numero di rapine commesse in media da un gruppo criminale si riduceva di quasi due terzi.
Il motivo per cui funziona sta nella deterrenza. Chi delinque non si chiede tanto quanto rischia se lo prendono, ma quanto è probabile che lo identifichino. Se quella probabilità è bassa, il reato costa quasi nulla. Chi colpisce una volta senza conseguenze ci riprova, e dopo un po’ si convince di essere intoccabile: il reato smette di essere un episodio e diventa un mestiere. Pene più severe, senza la certezza di essere identificati, non spezzano questo ciclo. Lo spezza un metodo che collega ogni nuovo colpo a quelli precedenti, finché il conto arriva tutto insieme.
Se tutto questo è stato possibile nel 2008, con la tecnologia di allora, viene naturale chiedersi che cosa potremmo ottenere oggi, nel 2026, con capacità di calcolo, di analisi dei dati e di intelligenza artificiale che diciotto anni fa non esistevano. Le nuove tecnologie portano a nuovi paradigmi: la domanda non è se usarle, ma come metterle al servizio di chi lavora sul territorio.
E Venezia non parte da zero, perché ha già buona parte degli strumenti. Anche il quadro normativo è chiaro. Il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale vieta di prevedere chi commetterà un reato basandosi sulla profilazione delle persone o sui loro tratti personali, ma consente di analizzare fatti oggettivi e verificabili legati a reati già commessi: collegare più reati agli stessi autori sta dentro quel perimetro.
Proprio perché gli strumenti esistono e le regole sono chiare, questa non può diventare una battaglia di parte. Le esperienze che funzionano devono poter circolare, e sull’uso della tecnologia al servizio della sicurezza, un tema che tocca tutti, serve un ascolto trasversale fra le forze politiche, nell’interesse comune. Bisogna fare lo sforzo di coinvolgere tutte le parti, indipendentemente dal colore politico, per creare insieme le condizioni di cui le forze dell’ordine hanno bisogno.
Del resto, un problema identico è già stato affrontato con successo in una metropoli come Milano, con un paradigma investigativo chiaro e uno strumento costruito a suo supporto. Perché non adottare un approccio del genere anche a Venezia? Non tocca alla politica dire alle forze dell’ordine come lavorare. Le tocca creare le condizioni organizzative, tecnologiche e normative perché un metodo che ha funzionato venga applicato anche qui.
Immagine di copertina © Comune di Venezia



