
Caduti nella rete
9 Agosto 2014PACE, PER MERO CALCOLO DI CONVENIENZA
13 Agosto 2014
Ci siamo. Qualcosa è stato deciso. Attraverso bacino San Marco transiteranno le navi fino a 40.000 tonnellate, per altro attorno ai 250 metri di lunghezza, mentre le vere e proprie Grandi Navi avranno a diposizione, tra un paio d’anni circa, l’allargato canale Contorta per arrivare alla stazione Marittima a San Basilio. Non è stata l’unica scelta compiuta. A corollario, avremo anche il terminale al largo per i container, il cosiddetto Porto d’Altura. Tutto a posto, quindi?
Faccio due premesse.
La prima: è comunque un bene che si sia imboccata una qualche strada. Non si poteva restare sospesi nel nulla a tempo indeterminato. In altri termini, bisognava non entrare nella solita dannata spirale di parole che non portano ad alcuna scelta.
La seconda: da tempo ho espresso l’opinione, documentandola sulla base delle testimonianze antiche, che l’idea la laguna sia un ambiente “naturale” è fuorviante. Riepilogando in breve, la laguna è ambiente che “nasce” tra tarda antichità e alto medioevo e viene forgiato così come lo conosciamo noi dagli interventi idraulici invasivi della Serenissima prima, del napoleonico regno Italico poi, del regno e della repubblica Italiana infine. È la Serenissima, comunque, a metterci le mani nella forma più estesa, deviando tutti i fiumi, a cominciare dal Brenta, con una serie di lavori condotti a termine nel Cinquecento in particolare da Cristoforo Sabbadino, chioggiotto e autore del Piano di sviluppo e di sistemazione idraulica di Venezia, tanto spesso citato a sproposito. Ricordo di passaggio che Sabbadino è proprio l’uomo dello stravolgimento idraulico della laguna al fine di evitarne il naturale interramento. Operazione che si può variamente interpretare, io la condivido, ma che di sicuro non è un esempio di approccio “ecocompatibile” e “biosostenibile”: tant’è che, tra il 1600 e il 1604, i veneziani si metteranno di nuovo in moto, stavolta per spostare niente di meno che il Po con il taglio di Porto Viro.
Insomma, la laguna “in via naturale” sarebbe da tempo sparita, vedi cos’è successo a Ravenna, e se esiste ancora è perché l’uomo si è messo in testa d’intervenire sul corso delle cose. Quindi, noi siamo autorizzati a fare lo stesso, se lo riteniamo utile.
Cosa c’entra questo con le Grandi Navi? Molto. Se accettiamo le due premesse, necessità dell’agire in sé e dell’agire idraulico in particolare, l’idea di scavare il canale Contorta non ci deve scandalizzare a priori. Semplicemente è una possibilità. Non esiste alcun “ambiente naturale” da difendere perché questo è sparito da tempo, anzi, per l’esattezza non è neppure mai esistito in quanto qualcosa di dato e definito.
È il Contorta “la” soluzione? Chiarisco subito che non è mai stata la mia preferita. Per l’esattezza, a me sarebbe piaciuta un’altra idea, la Rete Portuale Alto-Adriatica, che integrasse i porti di Ravenna-Venezia-Trieste-Capodistria-Pola-Fiume, evitando sia lo scavo del Contorta che il Porto d’Altura per i container. Tuttavia non è questa la strada intrapresa. Senza dubbio, poi, quello della Rete era un percorso lungo e problematico, con il difetto, tra l’altro, di non affrontare nell’immediato problemi, porto e Grandi Navi, diventati ormai urgenti.
Proprio per questo l’accoppiata Contorta e Porto d’Altura si è imposta. Un’altra volta ancora “subiremo” la pressione degli eventi per non aver voluto allargare i nostri orizzonti cercando “per tempo” di individuare le possibili soluzioni. Noi siamo il paese del No, del resto: No-Tav, No-Grandi Navi, No- Dal Molin, No-Nukes, No-F35, No a tutto, specie se nel giardino di casa. Sindrome Nimby, insomma. Se non si vuole piegare le ginocchia di fronte all’urgenza della realtà, d’altronde, servono orizzonti di lungo periodo, laicità di pensiero, attenzione al nuovo che emerge. Il passato è solo un interessante “caso di studio” per fornire al presente un qualche aiuto nella decisione, niente di diverso: altrimenti è solo vuota nostalgia. Il più delle volte per un mondo di fantasia. Quasi sempre una splendida Arcadia popolata da pastorelli, felici soltanto nei versi dei poeti.
E giusto per guardare un po’ al domani: vogliamo deciderci a stabilire quale Venezia vogliamo? La mia è un luogo sicuro e prospero, con salde radici nella Storia e una ferma convinzione di essere protagonista del futuro. Una Porta e un Ponte senza paura perché non ne ha avuta nel passato, in grado di scrollarsi di dosso la zavorra di ogni pregiudizio, il primo e più grave dei quali è che niente deve essere fatto in quanto nulla di meglio può essere pensato: Venezia e al sua laguna non sono né un gigantesco “Parco a Tema”, né un polveroso Museo-Archivio ma una Città Metropolitana viva e dinamica, capace di affrontare le sfide e di vincerle.
Questa la mia idea della Città Futura, mi piacerebbe conoscere la vostra.



