
Sono solo canzonette?
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12 Febbraio 2025Ogni giorno che passa, i media che si rivolgono alla parte di opinione pubblica più preoccupata per l’avvento di Trump versano qualche grammo di sale in più sulle ferite, pubblicando le biografie non rassicuranti dei componenti della squadra che governerà per quattro anni gli Stati Uniti. Nei ranghi del trumpismo abbondano stelline del web più malfamato, mattoidi cresciuti a popcorn e complottismo, estremisti e fanatici di ogni risma.
Tutto quel profluvio di annunci “strampalati”, di esternazioni “irrazionali”, di provocazioni “volgari”, di proposte “irrealizzabili” che durante la campagna elettorale statunitense erano state catalogate come “esagerazioni populistico- propagandistiche” si è invece rivelato un vero e proprio programma politico che sta mettendo in discussione qualsiasi certezza radicata nella storia delle democrazie occidentali almeno fin dalla fine del secondo conflitto mondiale.
Nelle primissime settimane della presidenza trumpiana i principi del multilateralismo, le stagioni del confronto, i decenni della globalizzazione commerciale non solo sono messi in discussione ma vengono contrastati radicalmente attraverso dichiarazioni a cui seguono atti e provvedimenti governativi con l’obiettivo di sradicare ogni certezza e ogni garanzia che non risponda all’unico obiettivo riconducibile alla parola d’ordine Maga (make America great again).
Come non esistessero i trattati internazionali, come non esistessero i principi sanciti dal diritto internazionale, come valesse una sola e unica indiscutibile volontà di predominio USA di stampo imperiale, si è assistito a dichiarazioni di annessione del Canada, riappropriazione del canale di Panama, ci prendiamo la Groenlandia, imponiamo dazi a destra e a manca, segreghiamo tutta l’immigrazione clandestina, aboliamo diritti riconosciuti da una delle più solide e antiche costituzioni al Mondo, chiudiamo uffici e organizzazioni di aiuto internazionale. Insomma “si fa come dico io, perché qui comando io” o mutuando una celebre battuta cinematografica “mi dispiace ma io sò io e voi nun siete un cazzo!”
C’è da preoccuparsi? Moltissimo perché così facendo Trump e la sua congrega di accoliti fra cui, in gara a chi alza la posta ogni giorno di uno step, non si può trascurare la figura di Elon Musk, che sta interpretando il ruolo di vero e proprio plutocrate, insediato nella stanza ovale della Casa Bianca, che va oltre le sue doti di imprenditore innovativo e visionario stanno mettendo in crisi principi solidi, consolidati e condivisi in tutto l’Occidente democratico con il reale pericolo di aprire conflitti che vanno ben al di là di dispute geopolitiche e scontri dialettici.
È di queste ultime ore la minaccia della disdetta della tregua israelo-palestinese a Gaza, siglata solo alcuni giorni fa, in virtù del ribadito annuncio di Trump (con l’entusiastico appoggio di Netanyahu) di voler fare di quei territori un resort di lusso deportando i suoi cittadini e, una volta realizzato questo faraonico piano di ricostruzione, impedire ai palestinesi di ritornare nella loro terra.
Altro che “due paesi, due Stati”!
E c’è da preoccuparsi perché gli accoliti, i pasdaran, i talebani del trumpismo stanno prendendo spazio e forza e tendono a radicarsi anche qui nella sempre più vecchia e stanca Europa, patria e genitrice di tutte le culture che hanno ispirato il mondo libero e democratico fin dai tempi della Rivoluzione Francese.
Non sono sempre state rose e fiori nella storia europea (fascismo e nazismo le vergogne più macroscopiche ed esiziali) ma alla fine i principi e i valori dell’anima europea hanno sempre prevalso e gli ultimi ottanta anni di pace e di prosperità sono figli di quella cultura e della storia europea.
E adesso invece si assiste ad un proliferare e a un allargarsi in termini di consenso delle formazioni più sovraniste, nazionaliste e antieuropee: dall’AfD tedesca, ai Vox spagnoli, al lepenismo francese e al bimbominkismo salviniano.
Tutti insieme appassionatamente sotto l’insegna Mega (make Europe great again) creata e finanziata da Musk nella sua veste di potente “influencer” della politica andando a sostegno di tutte le destre più destre che è possibile raccattare negli scenari europei.
In analogia e in sintonia con le tecniche putiniane di intervento e interferenza nelle ultime campagne elettorali nei diversi paesi europei.
C’è poi la “nostra” premier a fare il pesce in barile, che sta nel mezzo cercando di sfruttare l’indubbio vantaggio dell’amicizia/riconoscimento trumpiano e dall’altro lato la professione di atlantismo e di collocazione nell’ambito europeo, vista la sua vicinanza con Ursula von der Leyen che però si è pronunciata fortemente contraria ai disegni del novello dottor Stranamore.
Come concilia i due fronti del tutto incompatibili, aggiungendo di suo quel carico da undici della rivendicazione nazionalsovranista con cui cerca di rimarcare la “difesa degli interessi italiani”?
È un bel mistero.
Infatti c’è chi glielo fa pesare e non manca di mettere a nudo tutte le contraddizioni e la debolezza della politica meloniana.
Elly Schlein ogni tanto mette la testa fuori dalla sabbia, ma non pare in condizione di determinare lo sviluppo di una linea di opposizione efficace e convincente nei confronti dell’elettorato, non fosse altro per tutte le contraddizioni insite all’interno del PD: la questione Ucraina, il tema delle forniture militari, la scelta ormai obbligata di un esercito europeo.
Per non parlare dei distinguo pesanti come macigni del M5S ormai definitivamente approdato a tutta l’inconsistenza, alla vacuità e al giravoltismo del suo leader Giuseppi Conte a cui non mancano i pensieri e le preoccupazioniu di un “come mi colloco?” di fronte ai diktat del suo amico Donald.
C’è per la verità un altro protagonista nel fronte dell’opposizione che risponde al nome di Matteo Renzi al quale va dato atto di tenere un atteggiamento di vera, coerente e intransigente opposizione al governo di Giorgia Meloni.
Molto efficace e molto conseguente alla scelta di campo, senza se e senza ma, netta e ferma nello schierarsi nel campo del centro-sinistra dopo l’esito elettorale europeo dal quale è emerso un orientamento univoco e al momento immodificabile dell’unico possibile confronto fra due campi/coalizioni: destra-centro vs centro-sinistra.
Su di lui e sulla sua “popolarità” grava tutto lo stigma che si sta trascinando ormai dal 2016; il suo partito di Italia Viva non si schioda da percentuali “marginali” ma la forza della sua comunicazione e delle sue idee fanno breccia sicuramente in tutto il variegato mondo dei media, più di molti altri protagonisti, anche di primo piano della politica italiana, perché riesce con grande efficacia a cogliere tutte le contraddizioni e le debolezze della compagine governativa e in particolare modo della PdC e le sa comunicare con altrettanta sagacia e chiarezza.
In questo è indubbio che alla lunga, in collaborazione con il PD che nella coalizione non può più fare a meno di una rappresentanza centrista – pena la sconfitta in eterno – e che non è in grado di coltivare e di far crescere al suo interno quell’anima riformista che mantiene tutta la debolezza delle sue contraddizioni e delle sue timidezze, anche lo sforzo e la fatica renziana troverà un minimo di riscontro nell’elettorato soprattutto se saprà recuperare, almeno in parte, fasce di astensionisti e di disillusi, a condizione però che si trovino i necessari compromessi all’interno della coalizione su alcuni temi dirimenti: la politica estera, tutto il tema della Giustizia, la politica energetica che guardi anche alla frontiera del nucleare di ulima generazione.
D’altra parte, o così o pomì.



