Si avvicina la Pasqua, e come ogni anno ci saranno tavole su cui si mangerà l’agnello.
Sul perché questa tradizione continui, incentrata sulla sottrazione a primavera del piccolo alla madre e il suo sgozzamento, le risposte risalgono ai riti della religione ebraica, passati poi a quella cristiana.
Per quanto chi mangia l’agnello si professi non credente – e appunto perciò creda di mangiare quella carne, e in quell’occasione, “solo perché mi piace” – è difficile negare che secoli e secoli, anzi millenni, di tradizione, non abbiamo in qualche modo plasmato i nostri gusti e le nostre scelte.
Dunque, la tradizione ebraica. Nella Bibbia, tanto per cominciare, il comando del Signore, nei confronti del cibo e degli animali, è chiaro: “Iddio benedì Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate fecondi, moltiplicatevi e riempite la terra e incutete paura e terrore a tutti gli animali della terra e a tutti gli uccelli del cielo. Essi sono dati in vostro potere con tutto ciò che striscia sulla terra e con tutti i pesci del mare. Tutto ciò che si muove e che ha vita vi sarà di cibo”. (Genesi 9, 2-3)
E, subito dopo, per la pratica dello sgozzamento dell’animale: “Soltanto, non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue”. (Genesi 9-4)
L’agnello (variante: capretto) è evidentemente la primizia che un popolo in maggioranza di pastori com’era quello ebraico, consacrava e offriva in sacrificio beneaugurante alla divinità, in sintonia con l’arrivo della primavera, a sua volta primizia dell’anno e delle stagioni: la natura, e per estensione la vita, a primavera rifiorisce, o se si preferisce rinasce, o anche risorge. Non è pertanto un caso che anche la Pasqua cristiana – la resurrezione del Signore – sia situata proprio in primavera. Nella tradizione ebraica, mangiare l’agnello è il memoriale della liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, e ciò avviene con la ricorrenza della Pasqua ebraica, o Pesach, nello stesso periodo della Pasqua cristiana. In Esodo 12, 1-14, il Signore prescrive minuziosamente a Mosè e ad Aronne le procedure per la macellazione degli agnelli o dei capretti e il cibarsi della loro carne arrostita; e poco più oltre (vv. 21-28) le indicazioni riguardano l’aspersione dell’architrave e degli stipiti col sangue delle vittime, in modo che “lo sterminatore” del Signore, passando per colpire le case degli Egiziani, non infierirà su quelle degli Ebrei.
Nella tradizione cristiana la simbologia dell’agnello si è ovviamente arricchita perché per i cristiani mangiare l’agnello è un modo per ricordare Cristo, annunciato da Giovanni Battista: “Ecco l’agnello di Dio, che toglie i peccati del mondo” (Vangelo di Giovanni 1, 29). Perché proprio l’agnello? Perché l’agnello è simbolo di purezza, innocenza, semplicità e obbedienza; è un animale docile e indifeso, senza artigli e senza corna, che risponde perfettamente ai canoni del “sacrificio” e prefigura l’immane sacrificio di Gesù Cristo sulla croce.
“Eppure” – come si precisa con chiarezza e correttamente su lacucinaitaliana.it in proposito – “nei Vangeli e nell’insegnamento di Gesù Cristo non si riscontra alcuna enfasi sui sacrifici rituali, così ricorrenti invece nell’Antico Testamento. L’Agnello, in realtà, era Cristo stesso. Per questo motivo, molti fedeli continuano a ritenere che il consumo dell’agnello a Pasqua non rappresenti una tradizione autenticamente cristiana. Già nel concilio di Laodicea (165), in occasione della discussione sulla Pasqua, si affermò che il sacrificio vero era stato compiuto una volta per tutte con Cristo, e che quello dell’agnello, ancora sostenuto da alcuni ebrei convertiti, aveva ormai perso ogni significato. Una distinzione ribadita anche da Papa Benedetto XVI nel 2007: “Il gesto nostalgico, in qualche modo privo di efficacia, che era l’immolazione dell’innocente ed immacolato agnello, ha trovato risposta in Colui che per noi è diventato insieme Agnello e Tempio” .
Al giorno d’oggi la “strage degli innocenti” continua, pur con numeri in flessione: l’associazione Essere Animali – Organizzazione per i Diritti Animali – in un video diffuso quattro anni fa (https://youtu.be/9Eg-7U_3ev4?feature=shared) parlava di 2 milioni di ovini “sacrificati” solo a Pasqua sulle tavole degli italiani, mentre in un altro video, “Il massacro degli agnelli”, (https://vimeo.com/showcase/5362838/video/284141355) l’Associazione AgireOra di Torino – Progetti animalisti, attivismo e volontariato per la difesa degli animali – parla ora di 900 mila uccisioni tra agnelli, capre e pecore. Nel video si mostra la fine che gli agnelli di pochi mesi fanno nei mattatoi, dopo lunghi viaggi estenuanti su TIR strapieni, spesso senza cibo né acqua.
Questa riduzione del numero di animali uccisi farebbe pensare ad una accresciuta sensibilità verso le sofferenze degli animali, oppure – o anche – alla perdita di presa che le tradizioni un po’ dovunque hanno registrato in un mondo sempre più globalizzato.
In conclusione, sulle nostre tavole l’agnello non è quasi più votato alla tradizione religiosa, bensì al nostro palato: perduto, perché dimenticato, il contenuto del messaggio, del messaggio è rimasto in vigore solo il mezzo; motivo per cui si riterrebbe di mantenere viva una tradizione che in realtà è svuotata dal di dentro. A mantenersi viva è invece un’abitudine – una tradizione alimentare – che potrebbe tranquillamente essere sostituita mangiando altro che non richieda l’uccisione di un animale: ricordiamo che la civiltà pastorizia offriva in sacrificio l’agnello perché non aveva di meglio da offrire; al contrario, la nostra possibilità di scelta, al giorno d’oggi, è praticamente sterminata.
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