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10 Giugno 2025La vittoria del centrosinistra a Genova, netta e limpida ma francamente scontata (nelle recentissime elezioni regionali il voto della città di Genova era talmente a favore del centrosinistra da escludere che sarebbe andata altrimenti) ha subito ridato fiato alla retorica (copyright Schlein) del “testardamente unitari”, ovvero all’argomentazione che il centrodestra, pur molto forte, non ha mediamente il 51% dei consensi e quindi, se TUTTI si coalizzano contro, lo si può battere.
È una considerazione che, a parere di chi scrive naturalmente, è priva di sostanza a livello nazionale per l’ovvia constatazione che non basta condividere la condizione di essere all’opposizione per condividere anche un minimo di programma, basti pensare alla distanza siderale tra i partiti non di maggioranza (e pure all’interno di uno stesso partito) su temi decisivi come il posizionamento internazionale, lo sviluppo, le politiche di bilancio e di spesa ecc. Discorsi noti e già affrontati. Ma se questa circostanza a livello nazionale è un ostacolo tombale, lo è meno, almeno in linea di principio, quando si scende (come appunto nel caso di Genova) a livello comunale. Non che manchino i temi divisivi (e tanto più grande e più complesso è il Comune, tanto è più facile che emergano) però ci si può lavorare sopra, si può trovare un indirizzo condiviso, un’idea complessiva di città, nella quale ci si riconosce tutti, che sottende magari scelte specifiche che non si condividono ma che non sono bloccanti.. insomma, la situazione è più sfumata.
Siccome il diavolo sta nei dettagli, però, la possibile compenetrazione di più visioni diverse deve essere gestita e non diventare un alibi, un lasciapassare per operazioni di puro potere. Perché un conto è negoziare e ponderare un programma condiviso e concreto, magari con animo flessibile e lasciando da parte intransigenze troppo rigide, un conto (come invece tristemente spesso avviene) è elaborare un finto programma pur di creare una grosse koalition in cui stiano dentro posizioni anche diversissime. In questo senso, la politique politicienne ci ha abituati a formule tipo “trovare una sintesi”, “definire una base valoriale comune” e amenità simili che, tradotte in italiano corrente, vanno lette come tralasciamo di parlare di tutti i temi in cui non siamo d’accordo, mettiamo soli dei titoli con lo spirito “asino chi legge” e mettiamoci bene d’accordo, quello sì, su come spartirci le poltrone.
Il rischio che quanto sopra descritto avvenga per il centrosinistra a Venezia, è oggettivamente molto alto. Parlo del centrosinistra perché il centrodestra, fermo restando che non si sa chi sarà il candidato, può basarsi sulla opzione della continuità. Hanno governato 11 anni, possono rivendicare quanto fatto, nel bene e nel male (che naturalmente viene valutato in modo diverso a seconda dei punti di vista, ma fa parte del gioco). Per il centrosinistra, invece, si impone una definizione di che cosa si vuole fare, una volta tornato nella stanza dei bottoni. Perché sul tavolo vi sono temi come il futuro del Porto, dell’area industriale di Marghera, il contributo di ingresso (si/no, quanto, come, con che finalità..), le politiche sulla residenza, sul welfare, sulla limitazione delle locazioni turistiche, sulla salvaguardia, sull’approccio di contrasto alla criminalità, sulle scelte urbanistiche in terraferma, sul mutuo rapporto tra la città di acqua e quella di terra, sul ruolo stesso che Venezia deve e può giocare nei prossimi decenni.. città capitale o borgo geloso della sua identità? Attrazione di investimenti industriali o massimizzazione della rendita turistica, città blindata o accogliente per i molti abitanti con background migratorio e in che termini, con che regole e paletti? Attenzione che sono temi su cui le svariate componenti della coalizione cosiddetta “la stagione buona” (bel nome, comunque) hanno posture e idee diversissime e spesso antitetiche (quando hanno idee.. non di rado non c’è nemmeno la consapevolezza dei termini della questione). E diciamola tutta: non se ne viene fuori “buttando la palla in tribuna”, parlando di percorso trasparente di condivisione per arrivare a una sintesi politica e programmatica con una forte idea di città.. Perché sotto al titolo ci sono scelte che possono (legittimamente) divergere e se non si definisce prima quali politiche, quali scelte, quali indirizzi concreti (ribadisco: concreti, non meri auspici, con idee chiare sugli strumenti, sulle opzioni, sugli asset a disposizione) mettere in atto, non si va lontano. O meglio, la città non va lontano.
Ora, parliamoci chiaro, è perfettamente naturale che i soggetti che in questi anni sono stati alla finestra (oltretutto con una gestione terribilmente arrogante e padronale da parte del Sindaco) abbiano tutta l’intenzione di prendersi una rivincita. Ed è dunque politicamente comprensibile che si cerchi di mettere in piedi una coalizione la più ampia possibile in quanto la logica che presiede l’elezione del Sindaco è maggioritaria. Ma NON a scapito di una chiarezza granitica su quale futuro si vuole per questa città (e come realizzarlo). Io credo che una possibile soluzione a questo dilemma sia definire la candidatura. Che deve essere forte e che incarni il programma che si intende realizzare. È decisivo il candidato che incarna il progetto. Io credo che le due cose si tengano insieme: un candidato rappresentativo è il migliore antidoto contro un programma fumoso e, simultaneamente, un programma definito è la garanzia di richiedere un interprete all’altezza mentre un programma fumoso si presta a candidare un personaggio non coinvolto, non rappresentativo, magari malleabile per negoziare posti di potere ma non all’altezza.
I lettori che hanno avuto la benevolenza di seguire il posizionamento di Luminosi Giorni in questa partita, capiranno facilmente a cosa alludo.
Immagine di copertina © Repubblica



