
La terza gamba della politica, nè moderata, nè di centro, e scandalosamente assente
17 Giugno 2025
Il consenso del tripartito AVS-5stelle-PD alla prova referendaria
18 Giugno 2025Un bel pasticcio, la conduzione dei referendum del giugno 2025, per il modo in cui è stato impostato e propagandato. Riepiloghiamo: quattro quesiti sul lavoro, di natura tecnico-giuridica, ed un quesito sulla cittadinanza, di natura sociale. In definitiva, sul lavoro, un rimpianto per la vecchia normativa tentando di cancellare quella vigente, anche per prendere le distanze dall’era Renzi, allorché fu emanato il Job Act . I quesiti sul lavoro sono stati presentati non solo con una valenza ideologica, ma sono stati accompagnati dalla solita e abusata retorica di stampo morale sull’automatica attribuzione ai lavoratori di dignità e diritti, in caso di vittoria. A fronte della difficoltà da parte della stragrande maggioranza degli elettori di approfondire la materia, trattandosi di quesiti tecnici, c’è stato il solito massiccio ricorso agli slogan, che non spiegano niente.
È stato da subito impostato come referendum politico, come prova di forza basata sulla mobilitazione di una parte dell’elettorato (riuscita) per “dare lo sfratto al governo Meloni”. La valenza politica è stata dichiarata prima del voto, anche per l’eventualità che il quorum non fosse raggiunto. Tra l’altro, tra i promotori del referendum, oltre alla CGIL e a varie associazioni più o meno di area, si trova Magistratura Democratica, che dà il suo palese contributo, oltre che al referendum, alla sua politicizzazione.
Dato l’esito deludente, da più parti si sono levate proposte per la diminuzione o l’eliminazione del quorum. Come sappiamo, il quorum è previsto dall’art.4 della Costituzione, per cui la proposta referendaria è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi. È una sorta di numero legale per dare una validità alle consultazioni, per evitare che minoranze formate da gruppi di interesse o gruppi politici spesso minoritari possano modificare a loro vantaggio articoli di legge, soprattutto su materie tecniche o conflittuali. Il quorum è un elemento di regolarità giuridica, e anche un elemento di orientamento per gli elettori, affinché decidano se partecipare per superare questa soglia o al contrario se astenersi dalla votazione.
I referendum hanno avuto una partecipazione calante nel tempo: le cause possono essere varie, dal disinteresse per le tematiche proposte, alla disaffezione per la politica in generale. Potrebbe essere però , questo calo, una silenziosa protesta per il ricorso ai cittadini su problematiche che dovrebbe essere la politica a gestire in prima persona; questo ricorso viene visto come strumentale, come ricerca di appoggio per risolvere tematiche complesse o sconfiggere provvedimenti legislativi sgraditi. Ma se le tematiche sono complesse, o di natura tecnica, il ricorso ai cittadini è mistificante, in quanto sono una minoranza i cittadini che approfondiscono i quesiti senza fare affidamento sull’appartenenza politica o ideologica.
Oltretutto, c’è un risultato dell’ultimo referendum che pone riflessioni: quello sulla cittadinanza, che avrebbe potuto essere di larga condivisione. Se così non è stato, data la percentuale dei no che il quesito ha raccolto, significa che la cittadinanza agli immigrati è una tematica conflittuale, necessita di pacati confronti, e non del solito scontro di civiltà; e ha influito negativamente la questione della sicurezza, una esigenza essenziale per i cittadini.
Molti ritengono che non siano necessarie modifiche all’istituto referendario; altri propongono di parametrare il quorum sulla partecipazione alle ultime elezioni politiche (23%), innalzare il numero delle firme necessarie per indirlo (20%), ricorrere anche al voto online (19%). Dal Sondaggio Ipsos. Il Corriere 15.6.25.
La possibilità di voto online è da verificare, in quanto la nostra Costituzione all’art. 48 prescrive la segretezza del voto. L’innalzamento del numero delle firme è auspicabile, essendo la popolazione italiana aumentata dall’inizio della Repubblica, quando con l’art. 75 furono decise le 500.000 firme necessarie.
Stabilire il quorum sulla base della partecipazione alle ultime politiche possiede elementi di arbitrarietà, in quanto la scelta dei cittadini ai referendum ha caratteristiche molto diverse dalla scelta alle elezioni politiche. [Rimando al mio https://www.luminosigiorni.it/italia/quanti-referendum-uno-dietro-laltro/ su Luminosi Giorni del 2024.]
C’è chi invece vorrebbe limitare o abolire il quorum. Due esempi.
La proposta di Pino Pisicchio, apparsa su Il Riformista del 12.6.25 (“I referendum vanno a vuoto…una soluzione epistocratica”): sulla base di un’articolato ragionamento basato “sul governo della competenza”, il proponente scrive che “…solo chi è andato a votare domenica e lunedì l’ha fatto con consapevolezza piena e meritevole di riconoscimento”. Un ragionamento che non considera i cittadini che con consapevolezza si sono astenuti dalla votazione: una astensione pienamente legittima, che esprime contrarietà ai quesiti o al fatto che siano oggetti di referendum. È una visione, quella del proponente, che ritiene virtuosa la partecipazione sottendendo l’adesione alle proposte referendarie.
Un altro esempio è la proposta avanzata dal magistrato Gian Carlo Caselli e dall’avvocato Vittorio Barosio in “L’assenteismo mina la democrazia diretta”, su La Stampa,( ripreso da Il Post del 9.6.25 “Il quorum del referendum andrebbe ripensato?” ) mirata ad abbassare di molto o eliminare del tutto il quorum. In tal caso, si attribuirebbe grande influenza alla minoranza di cittadini che va a votare; e la maggioranza, secondo i due proponenti, “non potrebbe lamentarsi di questa conseguenza in quanto sarebbe essa stessa ad averla provocata con il suo disinteresse per la cosa pubblica (o, usando la parola giusta, con la sua pigrizia)”. A parte il giudizio categorico di “disinteresse” per la cosa pubblica, (tralasciando la natura – quasi sempre tecnica – dei quesiti referendari, le loro finalità politiche, le motivazioni di chi si astiene, etc.) si ricorre al solito giudizio moralistico, per cui se non voti – e soprattutto se non voti seguendo l’invito di chi propone i quesiti – vuol dire che coltivi disinteresse; è una proposta che ha un carattere coercitivo, in quanto non contempla la libertà di astensione.
I referendum sono stati congegnati, nella formulazione della nostra Costituzione, come elemento di democrazia diretta integrativa, ma in via eccezionale. Nel corso dei decenni sono stati usati, o meglio abusati, per pronunciamenti politici o ideologici, mascherando queste finalità con l’esaltazione del mito della partecipazione.
La nostra è una repubblica parlamentare, dove è il parlamento che legifera, non i cittadini. Le leggi sono espressione della maggioranza parlamentare: se la maggioranza parlamentare che esce dalle urne non rappresenta una vasta adesione, è comunque una maggioranza parlamentare, qualunque sia il suo colore.



