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4 Aprile 2026La stagione effervescente della Biennale è alle porte, con mostre, eventi, artisti da tutto il mondo, affermati o emergenti. È anche il momento in cui scoprire quali sono oggi i temi che muovono gli artisti, quali i tabù, le censure, i tormenti o le speranze. Certo, non si può negare l’invasività tentacolare della kermesse: la convivenza tra cittadini e Biennale resta una questione aperta e deve produrre una riflessione seria. Ma questo rapporto tra Venezia e l’arte, profondo e antico, offre anche l’opportunità di guardare alla cultura non solo come evento, ma come sistema economico, motore sociale, elemento identitario della città. Non solo Biennale, quindi. In questa piccola rubrica cercherò di raccontare tutto quello che fa ancora di Venezia – o che potrebbe fare – una capitale culturale. Cominciamo da due mostre di rilievo in città.
Jenny Saville – Ca’ Pesaro fino al 22 novembre
Se c’è una cosa che mi ha colto impreparata in questa mostra sono state le dimensioni. Nella vasta sala di Ca’ Pesaro mi sono sentita fuori scala davanti a quelle tele di tre–quattro metri, dove lo sguardo doveva arrampicarsi sui corpi nudi che le riempiono, debordanti e imperfetti.
Una donna affonda le dita nella carne frollata delle cosce sproporzionate e potenti; una ha un seno morbido e cadente e uno piccolo e sodo; il braccio è gonfio e malato. Che si tratti di corpi diversi, assemblati come fosse un collage, non lo rende meno inquietante.
Nelle altre opere i corpi si moltiplicano, s’intrecciano, si fondono tra di loro: dove va una gamba, dove cade il braccio.
Tre corpi obesi, ammucchiati uno sopra l’altro, legati da un cordino, sembrano esibiti su un banco. La pennellata è densa, pastosa, fa tremare le carni polpose.
Quei corpi grassi, vulnerabili nella loro sovrabbondanza lontana da ogni norma estetica, vengono esposti senza difese.
Nelle sale dei ritratti, è sempre lo stesso volto che ci guarda: grandi occhi da manga, labbra morbide: ma quel viso così bello viene brutalizzato dalla pittura. I rossi e i blu mettono in vista labbra tumefatte, lividi sugli zigomi, ecchimosi sulla pelle. Gli occhi arrossati dalle lacrime sono sempre un po’ sgranati e incerti, come se non capissero la violenza che li ha colpiti.
Il colore ora è carico, dato con una spatola, ora è raschiato o filamentoso. Tutto quello che è nascosto sotto lo strato levigato della pelle sembra premere per venire fuori: carne, sangue, fasce, fibre, nervi. La superficie della tela palpita.
Quel viso tanto bello e disarmato sembra essere stato preso a pugni.
Eppure, nonostante l’emozione possa travolgerti, ci si accorge che Saville sta dentro il processo della pittura. Non solo come studio dei suoi mezzi – il colore, le colature, i graffi, i segni – ma ritraendo se stessa. Saville è allo stesso tempo modella, artefice, spettatore.
Non è l’indagine del proprio io che le interessa, dice l’artista, quanto usare il proprio viso, il corpo, fotografato e ingrandito, come uno strumento per sondare qualcosa di più profondo. “La bellezza mi fa paura”, confessa, paura che la sua opera possa “non essere seria” o “sentimentale”.
Il dialogo con i grandi maestri del passato è esplicito, consapevole: Cy Twombly, Lucien Freud, Kokoschka. Io, se ne devo scegliere uno, scelgo Kokoschka, per la palette colorata e nervosa.
Nella sala delle Pietà i corpi sono abbandonati nell’ultimo abbraccio. Il colore si riduce, tranne che per una grande Madonna su fondo oro, un omaggio alla pittura bizantina e veneziana.
Venezia – città in cui torna spesso – è presente nella sua opera anche attraverso i maestri veneziani che l’artista guarda, studia, elabora.
Le ultime due opere sono un tributo a Tiziano. L’amore tra Venere e Adone le dà l’occasione per tornare ai corpi avvinghiati; nello sfondo, questa volta, aggiunge le montagne del Cadore. Della Danae, invece, la Ninfa posseduta da Giove sotto forma di pioggia dorata, rimane poco di quella idealizzata bellezza. Una donna paffuta che si avvicina alla mezza età, dai capelli rossi guarda lo spettatore, forse stanca, forse indifferente alla propria esposizione.
Luca Reffo, Entr’acte – Galleria Sparc, Campo Santo Stefano, fino al 7 aprile.
Sparc è una galleria veneziana che organizza molti eventi con artisti locali, performance e mostre. Per me è un luogo che frequento con curiosità anche quando non conosco l’artista e nemmeno di cosa tratta la mostra.
Se per molte opere contemporanee è richiesta una certa attenzione interpretativa, questa volta già la prima immagine ti provoca a bruciapelo: una donna nera, nuda, gambe dritte e mani a terra ti guarda dritto in faccia, piena di vergogna, infelice di dover posare in quel modo. Un bambino su una sedia infernale, forse un macchinario per correggere una postura sbagliata. Una mano imbrigliata in una protesi che la forza a tenere la penna dritta. Una donna a carponi sopra la traccia che sembra lasciata da un corpo morto; oppure quella di uno scheletro ectoplasmatico.
Un bambino nudo legato alle mani; un gatto in piedi come se venisse fuori da una favola di Esopo. Corpi che fanno ginnastica, silhouette di animali.
Il raffronto uomo–animale è immediato, così come l’umiliazione degli esseri umani costretti a posizioni animali (va da sé, donne e bambini). Il carattere inquietante di queste opere deriva dal fatto che per la maggior parte i soggetti provengono da materiali d’archivio: sono immagini documentate.
Solo leggendo il breve testo introduttivo si scopre che il punto di partenza dell’artista è un racconto di Kafka e l’interesse dello scrittore ceco per il confine tra umano e animale: scimmie che imparano a parlare, uomini che diventano insetti, cani che fanno filosofia. Il processo dell’evoluzione da animale a uomo, in Kafka, rappresenta sempre una conquista e una perdita allo stesso tempo. Così, le opere di Reffo svelano l’ossessione per il corpo che deve adeguarsi a quello che è il paradigma dell’evoluzione umana, e il dileggio per chi non rientra nella norma del nostro sistema: per cultura, colore della pelle o difetto fisico.
Il testo teorico dell’artista è volutamente conciso e non esplicativo. Ma le opere aprono ad associazioni e a interpretazioni che – nella nostra epoca segnata dalla decolonizzazione, dalla ricerca di equilibrio con il mondo naturale e da un rapporto meno costrittivo con il corpo – forse vanno oltre il discorso di Kafka.
Mentre esco, incontro di nuovo la donna nera che mi fissa con una supplica. Se potessi le darei la mano per sollevarla.



