
SPIGOLATURE
16 Aprile 2026Parlare di uno statuto speciale per Venezia ha senso solo se si esce dalle formule e si entra nel merito dei problemi reali. Venezia non è una città come le altre: è una città fragile, esposta, unica al mondo per equilibrio ambientale e pressione turistica. Trattarla con le stesse regole di qualsiasi altro territorio significa, di fatto, non governarla.
Uno statuto speciale, nella sua forma più concreta e realistica, non dovrebbe essere una rivoluzione istituzionale, ma un insieme mirato di strumenti: più capacità decisionale sulla gestione della laguna, regole più efficaci sul turismo, maggiore autonomia nell’utilizzo delle risorse generate sul territorio. In altre parole, non più norme generiche, ma politiche costruite su misura, capaci di adattarsi a un contesto che non ha paragoni nel resto del Paese.
Il punto decisivo, però, è che una Venezia più governata è anche una Venezia che può riequilibrare il proprio rapporto con la terraferma. E qui entra in gioco Mestre. Se Venezia ha strumenti per contenere i flussi più invasivi e per sostenere la residenzialità, si apre uno spazio nuovo per Mestre: non più periferia funzionale, ma parte attiva di un sistema urbano integrato.
Mestre può diventare il luogo dove si sviluppano servizi, residenza, accessibilità, innovazione urbana, senza essere solo il retro logistico della città storica. Può attrarre nuove funzioni, studenti, lavoro qualificato, diventando complemento e non alternativa.
Ma questo richiede una visione condivisa: uno statuto speciale che guardi solo a Venezia sarebbe un’occasione mancata. Se invece viene pensato in chiave metropolitana, può diventare un’opportunità per rafforzare l’intero equilibrio tra acqua e terra, riducendo squilibri e rendendo più sostenibile l’intero sistema urbano.
In questo senso, la vera sfida non è ottenere uno statuto speciale, ma usarlo per costruire una città più vivibile, per chi la abita ogni giorno, da entrambe le parti della laguna.



