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16 Maggio 2026L’anima corrotta di Venezia. Un libro tra angoscia e riscatto
È uscito a stampa in questi giorni un libro sulla città di Venezia il cui tema non lascia spazio a equivoci ed è ben sintetizzato dal titolo “L’anima corrotta di Venezia”; e ancora di più dal sottotitolo “Cronaca breve del declino di una città”. La casa editrice è Helvetia, non nuova a proposte ficcanti e coraggiose su Venezia.
Dico subito che il libro merita attenzione e si segnala in città come molto attuale, soprattutto nel serrato dibattito che precede l’imminente scadenza elettorale. I suoi autori sono Salvatore Russo con Paolo Ticozzi (il “con” in copertina), personaggi pubblici in città nei loro ruoli: il primo, architetto e ingegnere, docente di Tecnica delle Costruzioni allo IUAV, ma evidentemente capace con questo testo di spaziare anche nella geourbanistica, nell’economia e nella sociologia. Il secondo, Ticozzi, è docente di informatica nelle scuole superiori, molto attivo come operatore culturale e in generale in quello cittadino, ma soprattutto appassionato e impegnato consigliere comunale uscente e candidato alle elezioni di Venezia del 24 maggio nelle liste del Partito Democratico. Il libro, che pure ha un suo autonomo valore a prescindere, esce dunque adesso anche con una legittima e trasparente funzione di promozione dellla candidatura, attestata del resto dalle numerose presentazioni nella prossima settimana.
I due si dividono i compiti, e in effetti si tratta proprio di due libri in uno, con Ticozzi inserito a metà della trattazione più corposa dell’altro; una formula desueta, ma interessante e probabilmente voluta per metterlo al centro. È vero che sembrano due libri diversi. Sembrano, ma non lo sono. Vediamo.
SALVATORE RUSSO
Russo svolge con rigore il compito di mettere in fila e di dipanare accuratamente tutti i fattori e le circostanze in cui la città storica di Venezia, come a me piace chiamarla, è oggetto, ormai da tempo, di una violenta aggressione sociale e urbanistica che ha il profitto economico come obiettivo e come merce il brand stesso del nome della città e ciò che essa evoca e irresistibilmente richiama, si può ben dire, nell’intero pianeta. Nell’introduzione l’autore lo traduce efficacemente in poche parole: “Quanto è accaduto, alla fine, si fonda su un baratto semplice e comprensibile. È avvenuto in cambio dei soldi”. In questa lineare e incontestabile considerazione c’è consonanza con quanto da me scritto in un articolo su questa testata (https://www.luminosigiorni.it/cultura/libero-mercato-turistico-a-venezia-totalizzante-negazione-di-liberta/).
La conseguenza è una città in declino su tutti i fronti, che vengono sezionati ad uno ad uno, dalle residenze affittate ai turisti, con conseguente mancanza di alloggi per residenti, alla perdita di socialità complessiva, dai caratteri estrattivi della monocultura turistica fino alla mutazione strutturale generale e all’inarrestabile caduta demografica. Il lavoro si completa con un’analisi altrettanto lucida dell’altra faccia della città, la terraferma, chiamata tout court Mestre, che manifesta un altro tipo di declino o, se si vuole, di crisi sempre latente, incentrata su una massiccia immigrazione mai integrata, su vaste zone degradate e su una identità urbana irrisolta, non senza potenzialità e segni tangibili di resilienza, e non pochi, importanti ma mai decisivi e sempre in attesa.
Questo e molto altro è corredato da dati in tutti i settori, non dimenticando nulla e soprattutto da molti fatti, narrati con lucidità e analizzati oltre la prima impressione. L’utilità del lavoro sta soprattutto qui. Chiunque voglia occuparsi del caso Venezia trova in questo testo una fonte di spunti che traducono la realtà per come si presenta e anche per alcuni casi in cui è dissimulata. C’è da chiedersi: occuparsene per quale obiettivo? Far svoltare la città? Qui Russo stesso si trova in bilico tra un pessimismo totale, che fa giudicare la situazione veneziana come irreversibile – concetto ripetuto più volte – e qualche tentativo ben selezionato di proposta, lasciando intendere che, forse, anche per lui non tutto è perduto. Al di là del buon uso che si può fare di questo testo, che dà eccellenti strumenti di analisi e, per chi vorrà, di lavoro, la domanda che si impone è se sia altrettanto utile la postura quasi disperata con cui si legge la situazione, sulla cui oggettività ci sono pochi dubbi.
Mi sono sempre domandato infatti se la drammatizzazione del caso veneziano, anche per come si presenta così com’è, senza sconti ed eufemismi, giovi allo sforzo necessario per provare a invertire la rotta, tentativo che qui e là nel testo emerge, quasi una voce dal sen fuggita e che ha anche un suo spazio editoriale apposito, per quanto più limitato. Perché poi il clima generale di questo racconto è quello plumbeo sintetizzato dalla fotografia di copertina del libro: un motoscafo, sembrerebbe dell’ACTV (una sigla iconica della città, una metafora visiva), semiaffondato in laguna, con alle spalle un cielo, appunto, plumbeo. Non propriamente un’immagine che aiuta a tirarsi su. E d’altra parte la rabbia, espressa quasi con orgoglio insieme all’amore nell’abstract di presentazione, a ben vedere potrebbe rivelarsi improduttiva e generare malessere sterile: pugni al cielo, denti digrignanti e impotenza, questa è la rabbia. Non ho una risposta certa a tale mia domanda interiore, perché da una parte è pur vero che solo una situazione drammatica genera lo sforzo più deciso e il rafforzamento disperato della volontà politica, di cui non si può fare a meno visto che molti atti spettano a quest’ambito; e soprattutto genera il rafforzamento della imprescindibile volontà sociale. Dall’altra, una lettura degli stessi innegabili fenomeni citati meno incline alla catastrofe forse darebbe una spinta anche superiore, aumentando le chance di riscatto, sempre che le si voglia prendere in considerazione. Sarebbe l’ottimismo della volontà che non può essere sopraffatto dal pessimismo della ragione, se no soccombe e le energie si esauriscono.
La storia e l’ispirazione della nostra testata, non casualmente riferita alla luce, ci fanno propendere per questa seconda scelta. Che non è né negazionista – e come si potrebbe? – né elusiva, ma tende anche a vedere quel quel resta di pieno nel bicchiere.
A cominciare dalla contestualizzazione del caso Venezia. Lo stesso Russo non può non rilevare, ad un certo punto nel suo testo, che l’overtourism è un fenomeno che va generalizzandosi e non solo nei borghi medievali, ma anche in importanti città italiane, e in queste non da ieri. L’osservazione non è secondaria perché un conto è dolersi perché qui diluvia e fa tempesta mentre altrove c’è il sole, e un conto è accorgersi che diluvia e fa tempesta dappertutto e quindi anche qui. Cambia, e di molto, il punto di vista. Russo, appunto, se ne accorge e lo dice, anche se poi subito dopo chiosa che solo a Venezia il fenomeno fa perdere l’anima identitaria. Quel “solo” mi lascia qualche dubbio. In definitiva anche lui non riesce a sottrarsi del tutto a quella tendenza, ormai secolare, a considerare il caso Venezia come una specialità, un unicum irripetibile da tutti i punti di vista e quindi anche nelle conseguenze del mostro turistico. Per questa ‘specialità’ delle conseguenze del turismo e sulla generale anomalia urbana di Venezia ho delle ragionevoli riserve, diciamo da geografo, quale senza falsa modestia mi considero; essendo sempre predisposto a una visione territoriale vasta, olistica e comparativa. Lo stesso dicasi sui fenomeni demografici, e non mi dilungherò nel ricordare quel che avviene in questo campo in tutti i centri storici europei, e non solo, e quel che avviene nel rapporto nati-morti in Europa e in Italia, soprattutto, con particolare crudezza.
Poi nella metà piena del bicchiere c’è un discorso di percezione.
Russo in un capitolo molto bello e avvincente, direi lirico, tutto da leggere e da apprezzare come merita, compie una visionaria passeggiata per la città storica in un’ora mattutina senza turisti e riporta immagini di quella bellezza che solo Venezia sa darti quando torna a far sussurrare le sue pietre, a far vedere i suoi sfondi e i suoi orizzonti. Poi alla fine la passeggiata cade in campo Santa Margherita nell’ora in cui, quando i turisti stanno ancora facendo colazione e quelli pendolari sono in treno, la città comincia ad animarsi, oibò, dei residenti. C’è il banco del pesce che apre e quello è il mio campo, quello mio di una vita intendo, dove hanno scorrazzato i miei figli (uno ci abita ancora con prole), quello dove ancora oggi non mi manca niente: c’è perfino una signora ferramenta e altre buone cose di vicinato. È il campo della città normale, non a caso meno affascinante nella cornice, il campo della normalità in cui al mattino vedi ancora mamme e babbi che accompagnano all’asilo o a scuola, oibò, bimbi che li precedono come fulmini in monopattino.
Quella città normale c’è ancora, abita da qualche parte tra calli e campielli (tutti nababbi?). E a circolare per via con passo svelto a quelle ore della prima giornata c’è forse anche qualcuno dei 50.000 city users accertati (tutti addetti alle imprese con i carretti da lavoro?) che da soli raddoppiano di giorno la popolazione della città storica (abitanti anche loro, letteralmente parlando), e c’è magari qualcuno delle qualche migliaia di domiciliati fissi (non turisti), che sfuggono all’anagrafe, ma che sono testati dalle utenze e dagli allacciamenti dei cellulari e che ci fanno sospettare una cifra un po’ più alta dei 47.000. Erano questi numeri cari al Sindaco uscente, un suo pallino, ma lui li usava per giustificarsi e coprirsi dall’inazione per la residenza. Io li ricordo per cercare di dire le cose come mi sembra stiano veramente e pazienza se sono, per coincidenza astrale, le stesse cose. Per farci abbassare la guardia? No: per farci conoscere una realtà un po’ più complessa che sfugge alla sola percezione. E per operare bene, la conoscenza della complessità comparata dei dati e dei fatti visibili e non visibili è irrinunciabile. Nel testo di Russo la complessità non manca, ma per la prossima edizione del libro mi permetto di suggerirgli questo tassello in più, fosse anche solo per smontarlo o ridimensionarlo.
PAOLO TICOZZI
Paolo Ticozzi l’ho tenuto per secondo non perché nel testo sia meno importante, ma perché il suo intervento presume il primo di Russo, che poi si fa terzo. Presume il primo perché la sua è una lunga e circostanziata requisitoria sugli ultimi dieci anni che hanno dato una botta decisiva alla città e hanno approfondito i suoi mali di vivere e di essere (che tuttavia già da molto prima erano per la verità in movimento, ndr). Il riferimento è in modo trasparente alla Giunta di governo che è da poco scaduta e al Sindaco che l’ha diretta a suo piacimento, Luigi Brugnaro, e qui lo chiamiamo con il suo nome e cognome. Il declino veneziano è targato Brugnaro.
Paolo non ripercorre le tappe e le circostanze del declino – Russo l’ha già fatto e lo farà dopo di lui – ma tra le condizioni di abbandono e degrado mette in primo piano, e aggiunge allo scenario di Russo, lo smantellamento sistematico studiato e voluto di tutte le forme e i luoghi partecipativi della città, a cominciare da quelli istituzionali, le Municipalità e il Consiglio Comunale stesso. La sua ricostruzione risulta credibile e d’altra parte si basa anch’essa su fatti. Che Brugnaro costitutivamente sia, e sia stato, un accentratore e tendenzialmente prevaricatore è un dato di cui lui stesso mena vanto e che Paolo sintetizza citando un suo recentissimo discorso (“so fato cussì”). Ne sa qualcosa anche la sua stessa Giunta, svuotata di potere tanto quanto le istituzioni rappresentative. Nella funzione di Sindaco Brugnaro ha del resto dato continuità ai modi e alle forme della sua affermazione imprenditoriale prepolitica che ha lo stesso marchio, ed è una prassi che tenta molto i self-made man imprenditoriali affermati in tutti i campi, che ci riescono bene quando sono aiutati da un carattere di questo tipo (prassi solo per alcuni in verità, molti self-made man hanno avuto atteggiamenti opposti e virtuosi).
La lunga requisitoria ha una funzione propedeutica ai passaggi propositivi del testo inaugurati significativamente nel capitolo “Serve una primavera politica”. L’accurata analisi dello svilimento della democrazia istituzionale, e di riflesso partecipativa, fa da base per richiedere con determinazione che nel futuro, si presume con un cambio di segno politico, tutto si rivolti nel suo contrario. La partecipazione dal basso è invocata con forza come una questione di metodo. Le forme partecipative potranno articolarsi in modi diversi dal passato e d’altra parte Paolo stesso ammette, con una certa onestà intellettuale devo dire, che nel decentramento “una parziale razionalizzazione era necessaria”. Che è un po’ come dire che il gioco di Brugnaro è stato facilitato da una situazione frammentaria e dispersiva, altrettanto poco partecipativa, ereditata dalle giunte precedenti.
Per me è difficile stabilire quanto questa deriva autoritaria, accentratrice che ha – e concordo – umiliato le istituzioni decentrate e cittadine (anche con scarsa presenza documentata del Sindaco ai Consigli Comunali) abbia inciso fattivamente sui mali cronicizzati della città storica e della terraferma, ben descritti con cura da Russo. Certo, poco è stato fatto dalla maggioranza e dal sindaco per opporsi ai principali attori degli atti predatori nel business turistico e la vocazione autoritaria è servita da lasciapassare senza contraddittorio persino all’interno dello stesso governo cittadino.
Cambiare verso nella dialettica partecipativa è perciò sicuramente una condizione necessaria, anche se non sappiamo quanto sufficiente. Certo lo stile sarà tutto, visto che siamo stati spettatori di undici anni di sola urlata e irosa propaganda, di scontri violenti e di totale incomunicabilità, da ambo le parti per la verità, per quanto la minoranza in ciò sia caduta nella provocazione più che averla determinata. E su uno stile diverso converge anche Paolo, che cito testualmente:
Il Consiglio Comunale e la Giunta devono tornare a essere luoghi di incontro e discussione di visioni e proposte diverse in cui si esprima la politica nella sua forma più alta: quella in cui a partire da un confronto, anche acceso, si riesca a fare sintesi, tenendo al centro del dibattito il bene comune; una politica in cui ci siano spazi di ascolto reale delle voci e delle proposte di tutti, in cui il Sindaco non appaia come despota, ma come rappresentante di tutti i cittadini in grado di mediare e guidare la città e gli organi che la rappresentano, cogliendo la bontà delle proposte indipendentemente dallo schieramento da cui arrivano.
Che è come dire che, se la maggioranza di governo e di rappresentanza sarà di segno diverso da quello di Brugnaro, a parti invertite non si replichi lo stesso metodo e che il dialogo costruttivo con le opposizioni potrebbe diventare una buona norma. Magari, perché no?, per prendere decisioni condivise e accogliere proposte – riprendo le parole di Paolo – “indipendentemente dallo schieramento da cui arrivano”. Non sarebbe male che i candidati sindaco che si presentano in alternativa alla maggioranza si dessero una letta a queste parole e le praticassero qualora eletti.
Mi permetto di concludere che questa prospettiva di dialogo e di ascolto è quella che aiuta a rafforzare il cauto ottimismo per un cambio di passo per la città tutta, di acqua e di terra; e arrivo a dire che è una prospettiva che potrebbe essere assunta anche qualora il nuovo Sindaco avesse lo stesso colore politico del precedente. Perché a me pare che la salvezza della città, per usare un termine molto abusato e molto ad effetto, abbia bisogno del consenso trasversale e ampio di tutta la comunità. La lezione che ci può dare chiunque nel mondo nelle grandi crisi collettive “ce l’abbia fatta” è che ci si salva tutti insieme.



