
I programmi oltre i dibattiti rituali
21 Maggio 2026Elezioni a Venezia: Il campo larghissimo, ma minato
A Venezia è finita senza supplementari, senza appello, senza il rito consolatorio del ballottaggio in cui tutti avrebbero potuto raccontarsi che “la partita è ancora aperta”. No. La partita si è chiusa al primo turno: Venturini sopra il 51%, Martella attorno al 39%, con l’affluenza scesa al 55,87% rispetto al 62,23% delle precedenti comunali. Tradotto dal politichese: il centrodestra ha vinto, ma soprattutto il centrosinistra non è riuscito nemmeno a portare al voto il proprio mondo.
E allora diciamolo senza l’incenso da camera ardente progressista: non ha vinto il centrodestra. Avete perso voi.
Avevate costruito il campo larghissimo. Talmente largo che dentro ci stava tutto: Partito Democratico, Cinque Stelle, sinistra radicale, riformisti, civici, reduci, ambientalisti, notabili, movimentisti, professionisti dell’indignazione e pensionati della strategia. Un campo così largo che più che una coalizione sembrava una fiera campionaria dell’anti-centrodestra.
Peccato fosse minato.
Minato dalle stesse facce. Minato dagli stessi apparati. Minato dagli stessi riflessi condizionati. Minato dall’idea, tragicamente ridicola, che basti sommare sigle, rancori, nostalgie e qualche slogan da conferenza stampa per produrre automaticamente una proposta politica. No, cari. Quella non è politica. È una riunione di condominio con il lessico del progressismo europeo.
Il centrosinistra veneziano ha fatto quello che ormai gli riesce meglio: trasformare una competizione elettorale in una pratica notarile. Una coalizione larga, ma senza spinta. Inclusiva, ma senza anima. Civica, ma con l’odore di segreteria. Nuova, ma con dentro il mobilio vecchio. Partecipata, ma dai soliti partecipanti.
E poi Martella.
Martella, sia chiaro, non è uno sprovveduto. Anzi. È un ottimo profilo per i salotti romani. Perfetto per quei corridoi dove si parla fitto fitto di equilibri, posizionamenti, sensibilità, compatibilità, rapporti di forza, agibilità politica, federazione del campo progressista, centralità democratica e altre formule con cui la politica spiega a sé stessa perché non riesce più a parlare con nessuno.
Martella è figura da apparato. Da tavolo. Da relazione. Da mediazione. Da sistema. Uno che sa stare nei luoghi dove le parole non devono mai ferire, le decisioni non devono mai rompere, le candidature non devono mai disturbare troppo. Il problema è che Venezia non è un salotto romano. Venezia non è una cena tra ex ministri, parlamentari in ricollocazione, editorialisti con il tovagliolo sulle ginocchia e dirigenti che parlano della società civile come i nobili decaduti parlavano del popolo guardandolo dalla finestra.
Venezia è una città vera. Complicata, ruvida, stanca, contraddittoria. Una città di residenti che se ne vanno, case che mancano, trasporti che pesano, turismo che invade, terraferma trattata spesso come periferia psicologica e centro storico ridotto troppe volte a scenografia. Una città così non la convinci con il candidato “autorevole”. La convinci con qualcuno che sembri avere Venezia sotto le scarpe, non sotto forma di dossier.
Martella ascoltava, certo. Nessuno può dire che non ascoltasse. Il punto è che ascoltava sempre la stessa radio: quella dell’autoreferenzialità. Una frequenza perfetta, pulita, senza interferenze, dove parlano sempre gli stessi, si indignano sempre gli stessi, si rassicurano sempre gli stessi e alla fine si convincono tra loro che la città reale sia solo una versione un po’ disordinata della loro chat politica.
Ascoltava il mondo che già lo avrebbe votato. Ascoltava quelli che dicono “bisogna parlare ai giovani” e poi selezionano giovani che sembrano cresciuti in laboratorio per non disturbare gli anziani. Ascoltava quelli che “serve discontinuità” purché non tocchi carriere, equilibri, rendite e candidature. Ascoltava quelli che “dobbiamo aprirci alla società civile” ma poi, appena la società civile dice qualcosa di non allineato, cercano il pulsante muto.
E infatti Martella era la risposta ordinata a una domanda disordinata. Il profilo da equilibrio interno spacciato per progetto esterno. Il candidato giusto per non far litigare nessuno dentro, e infatti fuori non ha acceso nessuno. Perché poi succede sempre così: scegli il candidato per rassicurare i notabili, e scopri che gli elettori non erano stati invitati alla riunione.
Il problema, però, non è solo Martella. Il problema è il catalogo umano e politico di una sinistra che presenta sempre le stesse facce e, quando prova a cambiarle, riesce nell’impresa di far rimpiangere quelle vecchie.
Quando ero nelle giovanili di partito, ci chiamavano “polli di batteria”. Era una battuta cattiva, ma almeno c’era una batteria: formazione, disciplina, militanza, conflitto, un’idea di mondo, magari sbagliata, ma un’idea. Qui siamo oltre. Qui siamo all’incubatoio spento. Ai giovani allevati in vitro per ripetere le stesse frasi degli adulti, ma con meno carisma. Facce nuove, certo. Peccato che alcune sembrino uscite da una puntata dei Muppets prodotta da un ufficio comunicazione regionale.
Slogan? Infiniti. Contenuti? Zero virgola.
Venezia sostenibile. Venezia inclusiva. Venezia europea. Venezia aperta. Venezia giovane. Venezia resiliente. Venezia partecipata. Venezia plurale. Venezia accogliente. Mancava solo Venezia quantistica e poi avevamo completato il bando PNRR della retorica amministrativa.
Il guaio è che queste parole sono tutte giuste. Ed è proprio questo il problema: sono talmente giuste da non significare più nulla. Quando una parola va bene per ogni città, ogni candidato, ogni programma, ogni sconfitta e ogni assemblea del sabato mattina, non è più politica. È tappezzeria.
Poi arriva Cacciari. Il grande Cacciari, profeta sempre in ritardo, oracolo lagunare che vede tutto benissimo appena è già successo. Ha parlato di “batosta inimmaginabile”, ha definito Martella un politico puro, un “giovane vecchio”, e ha perfino evocato il nipote Tommaso come figura che avrebbe potuto prendere più voti.
Meraviglioso. Siamo alla candidatura genealogica retroattiva. La sinistra veneziana è riuscita a farsi commissariare moralmente anche dal nipote ipotetico. Altro che primarie: la prossima volta facciano direttamente l’albero genealogico del malcontento.
E però Cacciari, nel suo arrivare sempre dopo con l’aria di chi era lì da prima, dice una cosa vera: il problema è il mancato passaggio del testimone. Solo che lo dice quando il testimone è già caduto, la pista è vuota e il pubblico è andato a casa. È Cassandra con il calendario sbagliato. Vede la catastrofe, la descrive benissimo, ma quando parla il palazzo è già crollato e qualcuno ha inaugurato il parcheggio.
La verità è che questa sconfitta non nasce ieri. Nasce da un desiderio di minorità che ormai domina una parte della sinistra. Non vogliono davvero vincere. Vogliono avere ragione perdendo. Vogliono la purezza della testimonianza senza la fatica del governo. Vogliono il recinto morale, non il rischio della realtà. Vogliono sentirsi migliori del popolo che non li vota, e infatti il popolo, con ammirevole coerenza, non li vota.
Azzerare tutto potrebbe essere una soluzione. Non un rimpastino. Non un tavolo. Non un percorso partecipato. Non una nuova assemblea con facilitazione grafica e buffet biologico. Azzerare. Persone, linguaggi, rendite, liturgie, capicorrente, candidati inevitabili, giovani addomesticati, intellettuali da retroscena, programmi scritti per non disturbare nessuno e quindi inutili per tutti.
Il centrodestra ha fatto il suo mestiere: ha tenuto insieme interessi, filiera politica, radicamento e candidato. Ma il centrosinistra ha fatto molto di più: gli ha aperto la porta, apparecchiato la tavola, versato il vino e offerto pure l’amaro.
Adesso diranno che bisogna ripartire dai territori. Lo dicono sempre. Peccato che i territori siano esattamente quei luoghi dove gli elettori hanno appena spiegato, con una certa precisione, che non ne possono più. Diranno che è mancata la comunicazione. No. La comunicazione manca quando hai qualcosa da dire e non riesci a dirlo. Qui il sospetto è peggiore: che non ci fosse proprio niente da comunicare.
Diranno che bisogna ascoltare. Benissimo. Ma cambiate frequenza. Perché se ascoltate sempre la stessa radio, quella dell’autoreferenzialità, poi non stupitevi se fuori nessuno balla più sulla vostra musica.
Quindi grazie a tutti.
Grazie ai federatori del nulla.
Grazie agli strateghi del campo largo con le mine antiuomo.
Grazie ai salotti romani travestiti da progetto civico.
Grazie ai giovani allevati per sembrare nuovi mentre ripetono parole vecchie.
Grazie ai padri nobili che parlano dopo, mai abbastanza prima.
Grazie agli esperti della sconfitta dignitosa.
Grazie ai professionisti del “ripartiamo”.
Grazie a chi ascoltava, sì, ma solo la propria eco.
Ma almeno risparmiateci il lutto con accompagnamento retorico. Non è stata una fatalità. Non è stata colpa del vento, dell’astensione, degli algoritmi, dei populisti, della destra cattiva o dell’elettore distratto.
Non ha vinto il centrodestra.
Avete perso voi.



