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26 Giugno 2026Non se ne abbia a male chi legge, equivocando il senso di questo titolo, che probabilmente suona offensivo e volgare alle sue orecchie. Non è così, come ora dirò. In realtà c’è stato un tempo non troppo lontano in cui il vocabolo “bastardo” non aveva in italiano connotazioni particolarmente negative.
Nella sua accezione corrente il termine serviva per lo più ad identificare un animale che fosse frutto di un incrocio tra razze diverse di una stessa specie. In questo senso non di rado suonava talvolta anche come un apprezzamento positivo. Dando ad esempio del “bastardino” ad un cane, spesso quasi implicitamente si voleva significarne affettuosamente una qualità superiore rispetto alle razze canine doc. Correva voce infatti (non so se ancora adesso e non so con quale fondamento scientifico) che questo genere di cani fossero migliori, più svegli e più vispi dei cani di razza pura.
Meno spesso, e certo in modo non lusinghiero, il termine era anche usato in riferimento ai figli nati al di fuori del matrimonio legittimo.
Ma l’uso veramente volgare e aggressivo del termine, come offesa, è poi dilagato, che io ricordi, col diffondersi di film e telefilm americani. Mi rammento, per esempio, del tempo in cui l’epiteto prediletto degli automobilisti litigiosi e villani era “cornuto”, accompagnato spesso dal noto gesto della mano, protesa magari fuori dal finestrino. Lo testimoniano molti film italiani degli anni Cinquanta e Sessanta. Poi a un certo punto si è passati al “bastardo” di oggi. Così la lingua cambia.
Ora, qui di seguito io utilizzo il vocabolo in questione per esprimere, in riferimento agli esseri umani, un significato del primo tipo, con un valore neutro, se non addirittura positivo. Dando a noi tutti dei “bastardi” intendo significare che gli ammaestramenti delle discipline storiche e delle scienze biologiche c’inducono precisamente a questa conclusione: siamo, noi terrestri, tutti terribilmente mischiati ed “impuri”, noi dell’unica razza dell’homo sapiens sul pianeta, e cioè la razza umana. Sicché trasecolo quando sento ancor oggi (di nuovo, oggi!) parlare di razze o diciamo almeno di etnie superiori alle altre e di popoli che si vorrebbero preservare puri e incontaminati, e riportarli alle loro remote quanto fantomatiche radici di sangue e di purezza.
L’idea fa quasi ridere (se non fosse che fa piangere). Quali sarebbero, ad esempio, gli Italiani puri? Coloro che discendono da chi?… Dai Sabini, dai Sanniti, dagli Etruschi o dai Celti? O quelli che ci vengono giù dagli antichi Elleni della Magna Grecia? O i molti che discendono dai Romani d’Oriente, i Bizantini. Oppure sono “puri” gli Italiani che provengono dai nostri Normanni (ex vichinghi), ovvero i Settentrionali che ci arrivano in misura non trascurabile da Goti, Longobardi o dai vari Germani avvicendatisi in periodi diversi nella nostra penisola. Chi sono gli Italiani doc? Forse tutti quelli che derivano da Angioini e Francesi che ci hanno dominato? O dagli Aragonesi? O da altre genti che ebbero lunga stanza nella nostra penisola e che, generazione dopo generazione, hanno pestato il suolo patrio e si sono uniti con donne italiane dalle origini parimenti incerte? O piuttosto i tanti italiani discendenti dagli Arabi, i quali per secoli hanno abitato e popolato buona parte della nostra penisola?
Quali tra costoro sono i nostri padri? Un po’ tutti e un po’ nessuno. Anzi, lo sono tutti e nessuno, dal momento che nel corso dei secoli questi nostri antenati remoti e più recenti si sono tra loro inestricabilmente mischiati e incrociati, sicché si durerebbe una gran fatica, tanto improba quanto inutile, a voler risalire il corso del tempo per giungere a non sono bene quale origine genetica primèva e pura. “Razze”, culture e popoli si sono largamente scambiati geni, sentimenti e saperi sul suolo patrio, peraltro con grande beneficio di arricchimento e miglioramento per tutti. In questo senso (e solo in questo senso) noi Italiani siamo ampiamente e proficuamente “bastardi”, mentre la purezza originaria mi pare una pia illusione, una chimera.
Parimenti ridicole sono in America, terra per elezione del “melting pot”, le idee di un fantomatico ritorno ad una auspicata incontaminazione razziale, idee che agitano una parte (non tutta per fortuna) degli States. La quale America, viceversa, nel corso della sua pur giovanissima storia (facciamo tre secoli e rotti) ha acquisito la sua attuale fisionomia proprio dall’innesto e dalla fusione di un’enorme quantità di genti ed etnie diverse, provenienti prima dall’Europa tutta, sia da quella occidentale che da quella orientale (ad onta del fatto che la lingua parlata derivi dall’inglese). E poi sono seguite genti provenienti da ogni parte del globo terracqueo, come i vari e numerosi neri che hanno contribuito a costruire la ricchezza degli States, non meno di noialtri emigranti italiani, e degli ispanici e dei cinesi e di altri orientali. E molti di tutti costoro sono per giunta saliti (ad onta del fatto che fossero afroamericani oppure d’origine asiatica), ai più alti gradi della amministrazione pubblica e militare americana, che degnamente rappresentano.
Chi sono, dunque, i veri Americani puri? Forse solo gli sparuti “nativi americani”, i superstiti pellerossa quasi sterminati dagli immigrati bianchi? Così è la storia. E quanti bisognerebbe “remigrarne” (cioè espellere) dal suolo americano? Chi sarebbe davvero in grado di farlo? Chi potrà “scindere in volghi diversi, a ritroso degli anni e dei fati” tante genti differenti intrecciatesi sul continente nord-americano?
Tempo addietro fu condotta una ricerca genetica su un vasto campione d’individui originari dei posti più diversi del mondo. I risultati vennero poi comunicati ai soggetti testati. Ognuno di loro apprendeva così, con incredulità o raccapriccio, di avere tra i suoi remoti antenati individui di inopinata origine: un tedesco scopriva un remoto predecessore magrebino; un indiano veniva a sapere che risalendo i rami della sua ascendenza si era trovato un avo vichingo; un africano constatava incredulo che tra i suoi lontani progenitori c’era anche uno slavo. E via di questo passo. Tutti ne avevano uno.
Le migrazioni di popoli, avvenute a volte alla spicciolata e nel corso dei decenni, altre volte con spostamenti in massa d’interi gruppi umani, ci sono sempre state e sempre ci saranno. L’impero romano si nutrì spesso e volentieri (sic) di genti provenienti d’oltre Reno e d’oltre Danubio, perché aveva un gran bisogno di manodopera e di soldati. E meno male: meno male che queste cose sono sempre accadute, perché i numerosi “cocktail etnici” alla fin fine si sono dimostrati non una “sostituzione etnica” ma semplicemente una “evoluzione etnica”. Una trasformazione etnica preziosa (per quanto inizialmente faticosa e difficile) per i popoli.
Le migrazioni dei popoli sono un fenomeno incontrastabile, sin dai tempi in cui i nostri remotissimi antenati, a mano a mano, lasciarono l’Africa (da cui tutti proveniamo, in ultima analisi) per diffondersi progressivamente in ogni parte del pianeta. Le migrazioni dei popoli che crescono di numero e vanno dove c’è spazio, risorse, benessere (e bassa natalità) sono un fenomeno ineluttabile, sono come l’acqua del mare che non si può svuotare col cucchiaino.
Quello che invece si può fare per ridurre al minimo i contraccolpi inevitabili dell’ingresso di nuove genti, è organizzare e governare i processi, creare le occasioni, le procedure, le vie preferenziali e le modalità di un’integrazione effettiva che vada ben al di là della mera “accoglienza” e punti alla piena cittadinanza (acquisita, altro che tolta) per chi poi nel nuovo Paese lavora e paga le tasse. Ci sono cambiamenti inevitabili nel mondo che non possono venir contrastati (e non entro neanche nel merito se sia giusto o ingiusto contrastarli: è irrilevante) da implausibili e velleitarie misure di remigrazione, nel tentativo di ricostituire fantomatiche radici di purezza etnica. Idee che fanno ridere. O piangere.



