
Il genio militare ucraino for dummies
29 Luglio 2026Con “Los restos”, Oriol Vilanova riempie il Padiglione spagnolo di cartoline dimenticate: un’esperienza immersiva che interroga la nostra consuetudine di guardare, scegliere e conservare le immagini nel tempo. Migliaia di cartoline ricoprono le pareti del padiglione spagnolo, dal pavimento al soffitto. Sono cinquantamila, dicono all’ingresso.
La prima volta che sono entrata, mi sono sentita sopraffatta dal contrasto tra il vuoto delle grandi sale e l’esorbitanza delle immagini. Ho avuto bisogno di un po’ di tempo per riavermi da quello spaesamento e cominciare a distinguere che i colori vivaci e un po’ brillanti creavano onde pittoriche, in cui prevale il blu del cielo o il bianco della neve. Quelle con i tramonti sul mare, da lontano, sembravano fatte di pennellate di arancio e nero, come se Oriol Vilanova, l’artista, usasse la cartolina come pigmento, come materiale da pittore.
Dopo un po’, quella che a prima vista mi sembrava una marea inaffrontabile di immagini si è fatta più leggibile. Le cartoline sono disposte in verticale, anche quando andrebbero viste in orizzontale, secondo una griglia che lascia tra l’una e l’altra poco più di un centimetro di spazio. Al centro, un piccolo magnete le tiene attaccate al supporto.
Muovendomi tra le sale, non sapevo se mi sentissi più immersa in un mosaico antico o nei pixel di uno schermo contemporaneo.
Nelle riviste d’arte, Vilanova viene definito un collezionista “compulsivo”. Eppure è anche un artista metodico che visita i mercatini con regolarità. Il cuore del suo lavoro è acquistare cartoline che provengono da cantine svuotate o da lotti invenduti; oggetti senza più valore che gettiamo via e che lui rimette in circolo attraverso una serie di gesti ripetitivi: dalla scelta del pezzo, alla negoziazione, al pagamento.
Questo rituale si sovrappone ad altri che avevano accompagnato la produzione e la circolazione delle cartoline. Ognuna di quelle immagini era stata selezionata da un committente: l’ufficio del turismo, il museo, l’ente ecclesiastico. C’era poi l’occhio del fotografo a studiarne l’angolo, la luce, l’inquadratura.
Alla fase finale partecipavamo in tanti, seguendo una sorta di liturgia: ci fermavamo davanti agli espositori, sceglievamo l’immagine più adatta alla nonna, all’amica; scrivevamo un saluto, compravamo un francobollo.
Che la cartolina mi evochi una consuetudine quasi scomparsa è una reazione personale, che non coincide con l’intento dell’artista. Vilanova dichiara, infatti, di non seguire nessuna poetica della nostalgia né tanto meno di voler archiviare, documentare o preservare, ma di mettere in scena un rituale che riattiva le immagini.
L’apparentemente infinita quantità di immagini che mi circonda mi sembra a un tratto l’eco del mondo digitale; anche se resa attraverso un mezzo analogico come la fotografia stampata, in sottofondo risuona l’abitudine comune di scorrere le immagini: vere, false o artificiali ma onnipresenti.
Nonostante la dichiarata assenza di un sentimento nostalgico per la cartolina, per me è inevitabile cercare ciò che rappresenta. Scopro così che l’artista le ha disposte non solo secondo i colori, ma anche per tema: teatri, montagne, altari, grattacieli, reperti archeologici, sovrani europei, fiori gialli, gatti. Mi sento come se fossi dentro un’enciclopedia della storia umana dove le pagine sono tutte aperte simultaneamente e, a dispetto delle parole dell’artista, sono pervasa dalla nostalgia, perché dentro questa grande storia c’è anche la mia. In ogni immagine c’è qualcosa che conosco, un posto che vorrei vedere, una sorpresa inaspettata. Ritrovo la mia voglia di viaggiare, i luoghi persi per sempre, i ricordi di una romantica estate al mare, il palazzo che avevo dimenticato. Ce n’è anche una con Andrea d’Inghilterra e Sarah Ferguson. Chissà chi l’aveva acquistata.
È un susseguirsi di emozioni che si ripresentano come piccoli fremiti della memoria e del desiderio.
Oggi è molto più facile e veloce: vedo, inquadro, clicco. E se non mi piace cancello. Però lo confesso: le immagini che ricevo dagli amici rimangono nel messaggio. Non ho più una scatola dedicata alle cartoline.
Il titolo dell’installazione è Los restos, quel che rimane, le spoglie. Non mi è ancora chiaro se del nostro immaginario o della storia umana.
Vilanova racconta di aver acquistato la prima cartolina durante una gita scolastica. Nel corso di vent’anni, ha raccolto duecentomila pezzi, una collezione di cui noi vediamo una parte e che lui chiama “un romanzo perennemente in corso di scrittura”.
Tra tutte le sezioni tematiche, quella a cui continuo a tornare è dedicata alle pitture rupestri. Trentamila anni fa e più, i nostri antenati con terre e minerali, con le mani, tubicini o tamponi di muschio dipingevano scene di caccia, lasciavano le loro impronte. I primi gesti del nostro bisogno di immagini. Los restos di un mondo che non si è ancora fermato nel lasciare tracce di sé.
Come in una caverna, entro nel padiglione spagnolo e guardo quel che resta di noi.



