
CONO DI LUCE I profumi di Venezia con Ryoko Sekiguchi
12 Ottobre 2026La città che vede, ascolta e previene
In un articolo su questa stessa testata di qualche giorno fa (https://www.luminosigiorni.it/organizzazione-urbana-e-territo/la-sicurezza-non-e-un-numero-e-un-metodo/) scrivevo, in sintesi, che la persecuzione dell’obiettivo della sicurezza urbana necessita di una visione integrata, fondata su tre pilastri: 1) polizia di prossimità, 2) ascolto del territorio e 3) innovazione tecnologica. Vorrei ora tentare di focalizzare in senso più operativo e concreto quanto espresso in linea generale.
Cominciamo col dire che il problema della sicurezza a Venezia non è un’emergenza criminale da prima pagina. Anzi, il Rapporto Annuale 2025 della Polizia Locale ci dice che l’attività di contrasto alla criminalità organizzata si è addirittura affievolita: i cosiddetti servizi ad alto impatto (ovvero la concentrazione di forze e uomini in uno stesso luogo) rivelatisi necessari sono diminuiti di un terzo (da 132 a 88) e così pure i sequestri di sostanze stupefacenti.
Tutt’altro scenario relativamente alla microcriminalità predatoria: borseggi, spaccio, piccoli furti che si ripetono negli stessi luoghi e alle stesse ore. In un anno le violazioni del foglio di via sono passate da 15 a 44: la misura che dovrebbe tenere lontani i recidivi non funziona. Il presidio si è spostato dal contrasto alla criminalità alla gestione della marginalità visibile. Questi risultati insoddisfacenti non sono casuali ma conseguenza di una gestione (e di una scelta politica) poco oculata.
Un borseggio o un furto, presi da soli, sono reati minori. Ripetuti ogni giorno negli stessi luoghi logorano la vita di chi abita e lavora in città. Quando le persone sentono che ciò che vivono viene trascurato, smettono di denunciare, e nasce il sommerso. Per questo la “sicurezza percepita” viene spesso citata a sproposito, come se i cittadini avessero una visione distorta. Al contrario, ne hanno una più completa, perché il territorio lo vivono.
Oggi misuriamo la sicurezza quasi solo con i reati denunciati, e così il disagio, le zone evitate e la sfiducia che cresce restano invisibili. Serve un metodo stabile di ascolto, per raccogliere ciò che succede sul territorio prima che diventi emergenza. E serve uno strumento digitale comunale per segnalare spaccio e degrado, perché la mappa che le autorità preposte ricevono rifletta la città reale.
Questo ascolto ha bisogno di una polizia di prossimità. Le forze dell’ordine devono aumentare la loro capacità di relazione con il pubblico, soprattutto attraverso la presenza e il contatto diretto con il cittadino. Una presenza che non deve essere di rappresentanza, ma operativa: agenti che conoscono il territorio, ascoltano residenti, scuole ed esercenti e trasformano quelle informazioni in attività di prevenzione e di indagine.
Furti, rapine, borseggi, furti in abitazione: i numeri sono enormi. Ma i numeri non corrispondono agli autori. Molti reati sono commessi da poche persone che colpiscono decine di volte, ed è proprio questa ripetizione a generare le cifre che leggiamo ed il senso di impotenza che i cittadini riportano.
Milano lo ha dimostrato. Nel 2008 la Questura registrava 664 rapine a esercizi commerciali. Un poliziotto della Squadra mobile, Mario Venturi, ideò un approccio analitico investigativo che spostava l’attenzione dal singolo fatto al fenomeno criminale. Il punto di partenza non erano le rapine seriali, ma tutte le rapine: confrontandone modalità, abbigliamento, armi, orari e luoghi, si estraevano i tratti caratteristici che permettevano di riconoscere quali appartenessero a una stessa serie. Da questo approccio è nato uno strumento capace di elaborare migliaia di informazioni. Il 70% di quelle rapine risultò opera di 80 serie criminali, e conoscere una serie permetteva di prevederne i colpi successivi: dove, quando, come. Rimando a tal proposito all’articolo precedentemente citato con le esperienze nel Comune di Milano. A Venezia il fenomeno ha la stessa forma, e lo dicono i comunicati del Comune. Il 15 settembre la Polizia Locale ha dato conto di otto borseggiatori fermati in due episodi: il 2 settembre all’imbarcadero ACTV delle linee 1 e 2 della stazione di Santa Lucia, il 10 settembre fra Calle Frezzaria e Calle Vallaresso, a San Marco. Tutti “già noti alla Polizia Locale per la commissione di reati contro il patrimonio”; il gruppo di Santa Lucia era stato colto in flagranza la settimana precedente a Piazzale Roma. Dall’inizio dell’anno al 26 agosto, sempre secondo il Comune, i borseggiatori fermati dalla Polizia Locale erano 82.
Va poi sfatato un altro mito: l’alibi della riforma Cartabia (secondo cui il borseggio non sarebbe perseguibile d’ufficio). Con il decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23 (convertito dalla legge 24 aprile 2026, n. 54), l’articolo 624-bis del codice penale punisce con la stessa pena del furto con strappo chi, agendo con destrezza, si impossessa di mezzi di pagamento anche elettronici, documenti di identità, strumenti informatici o telefoni cellulari, oppure di denaro o beni di valore tali da causare un danno patrimoniale di rilevante gravità. È il furto con destrezza: perseguibile d’ufficio, reclusione da quattro a sette anni oltre alla multa, e arresto in flagranza obbligatorio anche per il tentativo, salvo che il danno sia di speciale tenuità (art. 380, comma 2, lett. e-bis, c.p.p.). La norma è in vigore dal 25 febbraio.
A questo punto chiedo al lettore un po’ di pazienza ma è necessario entrare nel merito. Sulla base del citato DL il borseggio può configurare due tipi di reati:
- Il furto aggravato ordinario (per esempio se si rubano solo contanti di importo non rilevante), regolato dagli artt. 624-625 c.p., che dopo la riforma Cartabia richiede querela (senza la quale il processo non si regge);
- Il furto con destrezza (art. 624-bis c.p.) che non richiede querela e comporta di regola l’arresto in flagranza.
Per ovviare al primo caso vi è una soluzione facilmente praticabile: la querela si può rendere a voce davanti a un ufficiale di polizia giudiziaria e la Polizia Locale ha già questo potere. Bastano pochi minuti, ed è la differenza fra un fermo che finisce nel nulla e un processo. Proponiamo uno sportello multilingue che raccolga denunce e querele sul posto, nei punti e negli orari in cui i furti avvengono. Oggi a Venezia questo sportello non esiste.
Ciò detto, c’è un caso concreto che merita una domanda. Prendo l’unico episodio di settembre alla stazione di Santa Lucia di cui esiste un resoconto ufficiale, il comunicato del Comune del 15 settembre. Il 2 settembre, all’imbarcadero ACTV, cinque persone tentano di sfilare il portafoglio dalla tasca di un turista statunitense. Vengono deferite all’Autorità giudiziaria per “tentato furto pluriaggravato in concorso” e la vittima sporge “formale denuncia-querela”. È la formula con cui di norma si indica il furto aggravato degli artt. 624-625, non il nuovo 624-bis.
Sia chiaro, per non essere fraintesa: raccogliere la querela è una cautela corretta, la qualificazione definitiva spetta al pubblico ministero e un comunicato stampa non è un atto giudiziario. Un solo episodio non autorizza conclusioni generali, e la norma è troppo recente perché la sua interpretazione sia consolidata: nei primi commenti dottrinali il portafoglio, che di regola contiene carte e documenti, è indicato come rientrante nella nuova fattispecie, ma non mi risulta ancora un orientamento consolidato dei giudici. Resta però un fatto: lo stesso gruppo era stato colto in flagranza a Piazzale Roma la settimana prima ed era di nuovo all’opera. Se fatti come questo ricadono nel 624-bis, la differenza non sta nella querela ma nell’arresto, cioè nella possibilità di interrompere la serie. Per questo non chiediamo di processare le scelte di nessuno, ma un dato: quante volte da febbraio la nuova norma è stata contestata a Venezia, con quanti arresti, e quante volte invece i fatti sono stati inquadrati come furto aggravato ordinario. È un’informazione utile prima di tutto a chi i borseggiatori li ferma ogni giorno, per capire se lo strumento funziona.
E qui si apre, specificamente per il Comune di Venezia, un tema enorme che da anni chiede una risposta dall’Amministrazione. La trasparenza. Possibile per esempio che non sia di dominio pubblico sapere quanti borseggi vengono denunciati in città? Ma il tema della trasparenza è più ampio: Venezia ha già buona parte degli strumenti. La Smart Control Room riceve le immagini di 852 telecamere ma serve soprattutto a gestire viabilità e flussi turistici; quelle immagini, quasi sempre, restano in archivio. Chi le guarda? Le telecamere sorvegliate in diretta riducono i reati di circa il 15%, quelle lasciate a registrare non hanno effetti misurabili. Il regolamento che le disciplina è fermo al 2013.
Proponiamo che la Control Room incroci le immagini, le segnalazioni dei cittadini e gli interventi delle forze dell’ordine, con due scopi. Il primo è collegare fra loro i reati e ricondurre alla stessa mano fatti avvenuti in luoghi e giorni diversi. Il secondo è individuare i punti caldi, che hanno due dimensioni: il micro-luogo, una calle o un imbarcadero, e l’orario, perché la stessa area è a rischio il venerdì sera e non il martedì mattina. La Questura ha già sperimentato Xlaw, un sistema di analisi predittiva che calcola proprio questi punti caldi: serve un protocollo che li condivida con la Polizia Locale. Il regolamento europeo sull’intelligenza artificiale vieta di prevedere chi commetterà un reato sulla base di profili personali, ma consente di analizzare fatti oggettivi legati a reati già commessi: entrambe le proposte stanno dentro quel perimetro.
Insomma, lo stesso approccio già utilizzato a Milano. Perché non usare un approccio del genere anche a Venezia? Non tocca alla politica dire alle forze dell’ordine come lavorare. Ma le spetta creare le condizioni organizzative, tecnologiche e normative perché un metodo che ha funzionato altrove venga applicato anche qui.
Per una polizia di prossimità servono agenti. Nel 2015 ne furono annunciati 200 in più. Undici anni dopo il bando di luglio ne mette a concorso 18, mentre l’organico è sceso da 484 a 479. Il presidio fisso del Ghetto, che spetterebbe allo Stato, assorbe circa metà dei servizi disposti dalla Questura con le ore della Polizia Locale. Taser e bodycam sono in dotazione dal 2023, ma il Rapporto annuale non dice quante volte siano stati usati né se le aggressioni agli agenti siano calate: senza questi dati nessuno può dire se funzionano. E chi lavora in strada va riconosciuto, con l’indennità di servizio esterno al massimo previsto dal contratto.
Per questo chiediamo al Comune di dire quanto personale analizza oggi le immagini della Control Room e per quali scopi; di rafforzare una polizia di prossimità presente, operativa e non di rappresentanza; di aprire lo sportello multilingue per le denunce; di aprire con Questura e Prefettura un tavolo per l’analisi congiunta dei reati seriali, a partire da borseggi e furti. E di rendere conto ogni anno, nel Rapporto della Polizia Locale, di quanti episodi sono stati collegati fra loro, quanti autori identificati, quante volte è stata applicata la nuova norma sui borseggi, che effetti hanno avuto taser e bodycam.
Una città non diventa sicura perché ha più telecamere, ma quando chi delinque sa che non resterà anonimo.
Immagine di copertina: © Corriere del Veneto



