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15 Maggio 2026Quindicesima edizione (15-17 maggio, Teatrino Groggia): dall’installazione sulle voci storiche a Reza e Benasayag, tra letteratura, etica e filosofia sul disagio psichico.
Il ricordo degli amici che non ci sono più.
Il teatro Goldoni era pieno. Sul palco, Franco Rotelli, il più stretto collaboratore di Basaglia, parlava di salute mentale, un tema che nel 2009 veniva discusso in ambiti specialistici e raramente in un dibattito pubblico. La salute mentale veniva trattata ancora con pudore.
Le parole di Rotelli, invece, quel giorno furono liberatorie: “ciascuno di noi è curioso di questa possibilità di essere matto un po’. Però ne è altrettanto spaventato (…) la follia paga un dazio enorme.” Il titolo del Festival aveva colto nel vivo un punto importante.
In quel momento, con Rotelli sul palco, Anna Poma e Gianfranco Rizzetto, gli inventori del Festival dei Matti, avevano appena squarciato un tabù, portando davanti a tutti il tema del disagio, della depressione, della follia.
Psicologa e filosofa Poma, sindacalista Rizzetto, hanno saputo immaginare un luogo fatto di incontri, spettacoli, poesia, libri, laboratori per scandagliare e portare alla luce attraverso le parole quello che, Gadda prima e Berto poi, definirono il “male oscuro”. Un male che non è rintracciabile in un punto preciso del corpo, perché lo attraversa, lo brucia, lo consuma. Non si può descrivere al medico ciò che si prova: per l’infelicità, la mancanza di desideri mancano parole adeguate.
Il Festival dei Matti cerca proprio questo: le parole, quelle pronunciate di lato, intorno, di sopra o di sotto, perché definizioni dirette per quel vuoto che fluttua dentro di noi non ce ne sono. Allora cerchiamo l’arte, la poesia, la letteratura, il teatro, forme di discorso che parlano di altri e di noi allo stesso tempo. Una via umanista e non disciplinare per smorzare quel “dazio” che Rotelli aveva nominato.
Le parole necessarie sono quelle che inventiamo giorno per giorno; qualche volta le sperimentiamo nelle conversazioni con le persone più strette, altre volte insieme a psicologi o psicoterapeuti che le raccolgono, provando a calarsi insieme ai pazienti dentro un luogo senza nome.
Trovare le parole, potersi spiegare, capire il dolore che ci pervade sembra una fatica immensa, una prova insormontabile davanti alla quale molti preferiscono tacere.
Eppure, in questi anni, il Festival ci ha fatto capire che parlare della propria sofferenza si può. Sui palchi in città – dal teatro Goldoni delle prime edizioni e via via fino al Teatrino Grassi (grazie alla generosa partecipazione della Fondazione Pinault) abbiamo ascoltato storie raccontate da chi le ha vissute: storie di contenzione, di isolamento, di autolesionismo ma anche di come sia stato possibile affrontare il male di vivere. Mentre le ascoltavo, era come vedere qualcuno con le gambe a penzoloni sul precipizio a fissare il vuoto di sotto. E alla fine tornare indietro.
Tra i testimoni c’erano anche gli addetti ai lavori, gli operatori sanitari, quelli che pur stando dall’altra parte, rimangono insieme al paziente; abbiamo sentito la loro frustrazione nel sapere che avrebbero potuto alleviare la sofferenza, e invece erano bloccati da mancanza di personale, burocrazia, poche risorse economiche.
Il Festival è diventato il luogo dove poter discutere di tutto questo.
Fin dagli esordi, tra gli ospiti sul palco sono intervenuti, oltre a Franco Rotelli, Peppe Dell’Acqua, figura centrale nella psichiatria basagliana; Massimo Cirri, autore capace di raccontare la sofferenza psichica attraverso la radio e i documentari; gli scrittori Gianni Montieri e Anna Toscano, che hanno dato al festival una dimensione letteraria e poetica; Gisella Trincas, voce fondamentale delle famiglie e dell’associazionismo per la salute mentale; il regista Mattia Berto e il gruppo teatrale dell’Accademia della Follia, che hanno portato in scena la malattia nei suoi aspetti più irriverenti e commoventi, trasformandola in una pratica di liberazione.
Nel ritmo consueto della manifestazione, la prima giornata è dedicata al lavoro con i pazienti, con laboratori e incontri tra psichiatri, psicologi, operatori sanitari, studenti e ricercatori, tutti aperti al pubblico. Seguono due giornate dedicate alla follia nella nostra cultura contemporanea: incontri con testimoni, presentazioni di libri, recital; sono conversazioni che attraversano le politiche sanitarie, la letteratura, la filosofia e l’esperienza diretta.
Quest’anno, però, il Festival è segnato da un doppio lutto, dopo aver perso due delle sue voci più importanti.
Di Anna Toscano ricordo soprattutto la voce calda e potente con cui leggeva i testi, lasciando la platea in un silenzio carico di emozione. Poetessa, scrittrice e studiosa, ha contribuito con numerosi saggi e articoli a far conoscere l’opera di Goliarda Sapienza.
Gianfranco Rizzetto, mente curatoriale del festival insieme a Poma, formidabile lettore, selettivo e attentissimo ai temi del lavoro e della vulnerabilità sociale, fino all’ultimo aveva continuato a spendersi come sindacalista per i diritti dei più fragili.
Dopo la sua scomparsa, nessuno di noi aveva parole adeguate. Eravamo increduli che Gianfranco, con la sua straordinaria energia, la sua gentilezza, il suo modo di stare al mondo non sarebbe più stato accanto a noi. Ma la grande famiglia dei “matti” si è stretta intorno a Poma e ha reagito. Anche quest’anno il festival sarà presente con grandissimi ospiti, tra cui la scrittrice Yasmina Reza e il filosofo e psicoanalista Miguel Benasayag.
Con “Eccetera…” tra il 15 e il 17 maggio, ci sarà anche modo di guardare per un momento indietro, riassumere quello che il festival ha raggiunto in questi anni e immaginare insieme quello che verrà.
Si comincerà il 15 maggio al Teatrino Groggia con un’installazione dedicata alle voci e alle testimonianze che hanno attraversato tutte le edizioni: libri, incontri, riflessioni che negli anni hanno dato corpo al Festival dei Matti.
Il giorno successivo sarà dedicato ad Anna Toscano, con la proiezione di Baby, performance realizzata insieme a Mattia Berto a partire da un testo di Susan Sontag, seguita da letture delle sue poesie e dei suoi scritti insieme a Gianni Montieri. La sera Anna Poma converserà con Yasmina Reza attorno al libro La vita normale, nato nelle aule dei tribunali francesi sulla violenza che esplode anche in vite apparentemente normali.
Domenica mattina ci sarà un incontro dedicato a Franco Rotelli, mentre nel pomeriggio Miguel Benasayag discuterà con Luca Casarini su come agire davanti alle catastrofi umanitarie del nostro tempo.
A chiudere il festival sarà un omaggio a Gianfranco Rizzetto: un modo per ringraziarlo non solo di avere contribuito a creare il Festival dei Matti, ma di avere difeso fino all’ultimo un’idea di giustizia sociale che oggi appare sempre più imprescindibile.
Proprio in questo periodo dell’anno, in cui Venezia sembra rivolgersi al sistema internazionale dell’arte e a un pubblico globale, il Festival dei Matti continua a proteggere uno spazio di pensiero libero e umanista.



