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5 Novembre 2025C’è un dato che dovrebbe far saltare dalla sedia qualunque politico veneto, di destra o di sinistra: tra il 2011 e il 2021, oltre 450 mila giovani italiani tra i 18 e i 34 anni hanno trasferito all’estero la residenza. Di questi, 317 mila non sono più tornati.
Numeri già impressionanti, ma lo studio della Fondazione Nord Est dimostra che le statistiche ufficiali sottostimano il fenomeno di almeno tre volte. Tradotto: l’emorragia reale è vicina al milione.
Un milione di cervelli, competenze e ambizioni che se ne vanno da un Paese, e da una Regione, che non riesce più a trattenere i propri figli.
Non partono perché disperati, ma perché non sopportano più di essere stagisti a 300 euro, eterni apprendisti o dipendenti precari.
Perché se hai 28 anni, una laurea, due lingue e un’idea da sviluppare, in Veneto rischi di trovarti impantanato tra burocrazia, nulla osta e riunioni infinite.
Così finisce che la tua startup la apri a Londra in 48 ore, piuttosto che a Padova in data da destinarsi.
Londra ti mette nelle condizioni di fare. Qui ti chiedono faldoni di documenti e un iter scoraggiante.
Il mito del Nordest operoso funziona ancora nei convegni, ma nella realtà l’economia veneta è una rete di eccellenze scollegate.
Le imprese reggono, ma faticano a trovare competenze. Le università producono talenti, ma non li trattengono. La pubblica amministrazione, spesso, frena più che aiutare.
Eppure siamo la regione che contribuisce per il 9,3% al PIL nazionale, nonostante la burocrazia.
Il Veneto non deve più comandare, deve coordinare.
Serve una Regione che metta in connessione, che non pretenda di decidere su ogni materia, ma che crei le condizioni perché chi vuole fare impresa, ricerca, innovazione possa farlo.
Il potere pubblico non deve sostituirsi al mercato: deve rimuovere gli ostacoli.
E invece, da anni, si è convinti che senza un intervento dell’Assessore, un tavolo di concerto o una montagna di carte, nulla possa accadere.
La destra veneta si è cristallizzata sul mito dell’efficienza, ma sembra non vedere che il mondo è cambiato.
Non viviamo più nell’epoca delle fiere campionarie. L’economia è globale.
Non basta più dare contributi, pareggiare i conti e vantarsi del “modello Zaia”.
Il Veneto ha bisogno di rischio, ricerca, capitale umano, non di rendite.
Ha bisogno di visione, non di spot e influencer.
E soprattutto di fiducia nei privati, che è la cosa che più manca alla nostra cultura politica.
La sinistra veneta, invece, continua a ragionare come se il problema fosse solo redistribuire, non produrre ricchezza.
Continua a pensare che basti un piano di incentivi per “tenere i giovani qui”, senza capire che i giovani non vogliono assistenzialismo, vogliono spazio, libertà e merito.
Il Veneto progressista deve smettere di guardare il mondo con le lenti degli anni ’70 e iniziare a parlare la lingua di chi costruisce il futuro.
Ogni cinque anni assistiamo allo stesso spettacolo: tifoserie, manifesti, slogan.
Ma la politica non è una partita di calcio e il Veneto non è uno stadio.
Chi vince governa per tutti. Chi perde, se è serio, aiuta facendo opposizione costruttiva.
Il tempo perso a litigare è tempo sottratto a chi lavora, studia, rischia e troppo spesso fa la valigia.
La nuova diaspora giovanile non è una catastrofe naturale. È il risultato di mille scelte politiche sbagliate.
Ogni volta che lo Stato o la Regione annunciano “ci pensiamo noi”, ma non producono nulla di concreto, qualcuno parte.
Ogni volta che un’impresa innovativa attende un timbro per partire, un pezzo di futuro se ne va.
Il Veneto ha ancora tutto: forza produttiva, capitale umano, cultura del lavoro.
Ma deve cambiare postura: non più una Regione che dirige, ma una Regione che abilita.
Non si tratta di sostituire la burocrazia statale con quella regionale, ma di portare i servizi più vicino ai cittadini, delegandoli ai Comuni, e dedicandosi a programmazione, indirizzo, promozione.
Basta territori che si lamentano. Serve un territorio che connette.
Basta localismi sterili. Serve costruire il nuovo Veneto.
È ora di smettere di gestire l’esistente e tornare a costruire il possibile.
Perché i veneti, quando vengono messi nelle condizioni giuste, sanno fare impresa, innovazione, sanità, istruzione, trasporti di qualità.



