LA PACE UNIVERSALE. UTOPIA?
24 Dicembre 2015
Ad maiorem Dei gloriam ≈ Allah Akbar
9 Gennaio 2016In Italia, in tutte le sue espressioni istituzionali, in tutti i suoi livelli amministrativi, è invalsa e si è andata radicando la prassi politica del “tanto peggio tanto meglio”. Nel senso che ciascuna espressione politica, vuoi quelle che si organizzano nelle forme tradizionali, vuoi quelle che si richiamano a movimenti, espressioni del cosiddetto civismo, cercano di trarre il massimo vantaggio dalle disgrazie altrui. Della parte che governa o amministra.
Le magagne, gli errori, le malefatte sono amplificate e radicalizzate non tanto per opporre le best practice ma per affondare il coltello nella piaga, ben sorretti per altro da una pratica giornalistica che, al di là di alcune analisi e valutazioni sapienti e paludate, cerca sempre lo scandalismo come forma espressiva e modalità per determinare gli equilibri politici.
Se facciamo una breve ricognizione temporale potremmo dire che la situazione attuale è la figlia del berlusconismo o meglio dell’antiberlusconismo degli ultimi 20 anni.
L’ex Cavaliere si è ben prodigato in tutto quel tempo per generare una situazione che rinviava alla contrapposizione radicale fra “amici e nemici”: o con me o contro di me.
Ogni suo gesto, ogni sua decisione, ogni azione governativa era improntata alla radicalizzazione dei modi e alla “privatizzazione” della sostanza. Come dimenticare la sequela delle leggi ad personam che ancora oggi influenzano la vita pubblica nazionale.
E tutta la battaglia politica si è concentrata, per tutta la parentesi berlusconiana, sulla contrapposizione parlamentare, sulle battaglie giudiziarie, fino alle sentenze della Corte Costituzionale, per ribaltare gli equilibri politici, prima ancora che sociali, che attorno alla figura di Berlusconi si erano andati agglomerando.
Più ancora che nel merito, nella capacità propositiva alternativa – pensiamo alla funzione che in democrazie mature e solide esercita “il governo ombra” – tutta la battaglia politica si è concentrata sulle forme – in alcuni momenti per la verità anche sui valori etici e su principi ideali – per provare a ribaltare quegli equilibri.
La società si è assuefatta e si è accontentata, la sedicente classe dirigente ha derogato ai suoi compiti e si è acconciata a questo gioco di contrapposizione.
La situazione si è complessivamente deteriorata, il Paese, e non è un’opinione, ha perso di competitività, ha perso posizioni nello scenario globale.
Con buona pace di tutti coloro che avrebbero dovuto esercitare una qualche funzione di Governo. E in questa c’è anche il ruolo delle opposizioni, che si sono alternate.
Ai livelli amministrativi, nel territorio, le cose sono andate solo in parte in modi diversi. Perché certamente i bisogni dei cittadini sono più pregnanti, più misurabili, più facilmente rappresentabili.
Ma anche qui spesso è prevalsa la contrapposizione di parte, la partigianeria, il personalismo.
Pensiamo alla nostra realtà veneziana. Di cosa è frutto la vittoria di Brugnaro se non di una contrapposizione radicale ad una consuetudine e ad una prassi politica impersonata da una stanca e delegittimata classe dirigente di centrosinistra? Certamente non è frutto di un programma amministrativo fatto di pianificazione, di strategia, di pensiero consolidato, di discussioni di merito.
Anzi proprio la sua caratteristica autodefinitasi strumentalmente “né di destra né di sinistra” è la cifra che nel vuoto pneumatico programmatico ha fatto da catalizzatore di un voto trasversale che ha premiato oltre ogni logica l’imprenditore fattosi politico (ancora una volta Berlusconi docet).
Allora il PD locale, che per il momento sembra essere ancora l’unico soggetto che organicamente tiene il campo, dovrebbe fare tesoro delle esperienze e se volesse fare opposizione vera al Sindaco attuale, se volesse provare a ribaltare gli equilibri nel prossimo futuro, non ha altra concreta alternativa se non quella di contrapporre progetti, programmi, scelte, strategie e piani di sviluppo misurati e misurabili nel tempo, nelle risorse, nelle responsabilità.
E non andare alla contrapposizione pur che sia, seguendo il metodo della delegittimazione “culturale” o “intellettuale”, alla ricerca delle manchevolezze più formali che sostanziali.
Un lavoro di lunga lena che richiede un metodo, una applicazione, una dedizione e soprattutto un vero e sostanziale coinvolgimento di parti salienti della società civile veneziana.
La Politica non può certamente limitarsi a misurare i fallimenti di chi governa e di trarne un qualche apparente lucro. Perché sulle rovine è sempre più difficile ricostruire il senso di appartenenza, il senso di una comunità. Tutto va disperso.
Perché la nostra Città, esattamente come il nostro Paese, ha bisogno di andare avanti, di svilupparsi, di migliorare la qualità della vita.
Per questo il PD locale non dovrebbe rinchiudersi solo nelle stantie prassi autoreferenziali di congressi che al massimo, quando va bene, riescono a parlare agli addetti ai lavori.
Ma di cui nessuno conserverà memoria a partire dal giorno stesso in cui il rito avrà avuto la sua celebrazione.



