
Questo canto d’amore…senza amore
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3 Giugno 2026«Provo un certo imbarazzo quando un uomo di spettacolo parla di politica o di questioni internazionali. Si dice che l’artista voglia “sensibilizzare” il suo pubblico su un dato tema. Ma mi lascia abbastanza indifferente… Perché, il loro pubblico non è abbastanza sensibile per conto loro? C’è bisogno che Springsteen gli dica che è contro l’amministrazione Trump? Non credo. È un ruolo che non mi sento di condividere.
Se c’è un cantautore, un poeta, che sensibilizza da sempre le persone, beh, io lo faccio attraverso le canzoni che scrivo, non attraverso le cose che dico. Io non faccio proclami perché non mi sento superiore a nessuno da potergli insegnare come si vive, o come si legge un articolo di giornale, o quale posizione prendere su Gaza, o su Israele, o sull’Iran. Non mi sento in grado di dare lezioni. Ho le idee confuse anch’io, e mi sembra onesto avere le idee confuse.
Per citare Walt Whitman — prima ancora di Bob Dylan — “io contengo moltitudini”. Che vuol dire che contengo moltitudini? Che il mio pensiero non è totalitario, e quindi non mi sento in grado di dare lezioni a nessuno e nemmeno mi va di prenderle da nessuno. Soprattutto da un cantante o da un uomo di cinema. Se devo andare a lezione da qualcuno leggo, non lo so, forse un filosofo… non un uomo di spettacolo. Un uomo di spettacolo non ha nessun ruolo, non è predominante. Che titoli ha per farlo?»
Riporto per intero queste parole di Francesco De Gregori in una sua recente conferenza stampa, perché esprime esattamente quello che personalmente penso sul ruolo dell’arte e dell’artista, qual è un cantautore.
Si è scatenato di tutto per queste parole, a partire da altri cantanti, personaggi televisivi e artisti che l’hanno duramente criticato (Elisa, Vasco Rossi indirettamente, Morgan, Giachetti) per finire, ovviamente, al Fatto Quotidiano e naturalmente a una marea di leoni da tastiera, in questo caso il peggio del conformismo ideologico di casa nostra che nei social sa il fatto suo.
Inutile sottolineare che Francesco De Gregori ha parlato tantissimo in versi e in canzoni stupende di temi che si intrecciano con la politica (Generale, Viva L’italia, Pablo, La storia siamo noi), ma lo ha fatto con il senso della complessità e dell’irriducibilità a fazione e a propaganda dell’arte, contenendo dentro la sua arte quelle “moltitudini”, appunto, che lui cita. Solo Walter Veltroni, uno che di cultura un po’ se ne intende, sul Corriere lo ha difeso e ha compreso la sua solitudine (ma, si sa, Veltroni nel 2007 è stato fondatore di un ‘altro’ PD). Sono tutti concetti che ho ricordato quando l’anno scorso ho voluto celebrare su LG il cinquantesimo di Rimmel, un acquerello eccezionale di poesia, memoria, sentimento, gentilezza, soggettività, nostalgia, intimità e musica ‘leggera’ nel senso vero della parola; e un acquerello gentile di oltre-politica nel senso del messaggio che questa universalità lancia alla politica come dimensione univoca (https://www.luminosigiorni.it/cultura/rimmel-mezzo-secolo-fa-controcorrente-nel-decennio-di-piombo/).
In quell’articolo ricordavo la coerenza di Francesco citando il famoso processo del 1976 al Palalido di Milano, quando gli extraparlamentari lo contestarono per il suo presunto disimpegno, giudicandolo troppo intimista. E’ passato mezzo secolo e non è cambiato niente, certa critica militante vuole ancora l’arte e i suoi autori come strumento di propaganda faziosa.
D’altra parte è utile ricordare che in quegli anni Fabrizio De André fu dagli stessi ambienti contestato per la complessità soggettivista dei testi e per la presunta commercializzazione del connubio con la PFM nel celebre sodalizio con la band del rock progressivo (dai sorprendenti risultati artistici). Dopo la morte la sinistra colta, e quella popolare indirizzata da quella colta, ha cercato di riappropriarsi della sua memoria, ma in vita l’anarchismo oltre-politico di Faber non si è mai voluto prestare a tale strumentalizzazione ( e anche lui ha intrecciato, e molto, con la politica in tanti brani).
Questa vicenda è conclusa ma non è concluso il messaggio che ne esce. Esplicitamente è messa a nudo la radicalizzazione sociale e politica di oggi e di ieri, quella che ti vuole schierato e militarizzato, un invito chiaro e netto a superarla con l’espressione del soggetto irriducibile. Non posso non concludere, un po’ retoricamente, ma ci sta, se non con un: grazie Principe.



