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28 Maggio 2025Nessuna pretesa di recensire un libro, specie se scritto da un noto e ascoltato accademico quale Yuval Noah Harari, ma semplicemente il tentativo di condividere alcune suggestioni ricavate dalla lettura del suo ultimo lavoro “Nexus, Breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA”, pubblicato in Italia da Bompiani.
Così, partendo dall’etimologia, prassi sempre molto utile come ci hanno insegnato a scuola, troviamo che nesso nèsso s. m. [dal lat. nexus -us (e, nel sign. 3, nexum -i), der. di nectĕre «connettere, intessere»], rimanda a connessioni, legami, relazioni.
Ma esattamente di quale nexus ci parla l’autore?
Si tratta più nello specifico di quello intessuto nel corso della storia dalle reti di comunicazione che hanno trovato espressione attraverso testi e materiali scritti, il vero nutrimento degli apparati burocratici di cui Harari evidenzia non solo le brutture, ma anche gli aspetti positivi.
Ancora una volta (capiterà spesso leggendo il tomo) più che conclusioni sono le domande quelle che stimola la lettura delle pagine di questo saggio.
La carrellata di testi scritti, capaci di generare sistemi comunicativi, è svolta iniziando dal valore delle profane tavolette di riconoscimento di un debito del mondo assiro chiamate “duhkum”, passando per i papiri fino ai sacri testi come la Bibbia e il Corano.
Raccontare storie, scriverle, significa costruire narrazioni; brandizzare, ricorda l’autore, significa raccontare una storia e qui l’esempio della Coca Cola è calzante.
Tuttavia ecco che tocca porsi una domanda.
Qual è lo scopo della costruzione di queste reti di informazione?
Senza anticipare le conclusioni, sarebbe un peccato per chi non avesse letto il libro, è possibile rimandare a una parola “potere” che tante volte ricorrerà nel volume secondo una declinazione storica (perfetta la citazione della “Legge del Coordinamento” nazista, illuminanti le pagine sull’utilizzo della comunicazione da parte di Stalin, le storie sui Kulaki, quelle sul suo rapporto con i medici e la medicina, la storia delle “miracolose” invenzioni del chimico Lysenko) e attuale (da manuale la descrizione del rapporto tra Facebook e quanto accaduto in Myanmar a scapito dei Rohingya oltre a quello che dirò tra poco).
“Potere” contro “Sapienza” sono forse questi gli obiettivi neanche tanto nascosti da parte di chi conosce l’importanza del controllo delle reti di informazione?
Sarà la lettura del libro a spiegarlo evidenziando come, se nel XX secolo la spaccatura nella politica e di conseguenza riguardo alla concezione dell’informazione era tra democrazie (dotate di sistemi di autocorrezione, magistratura, media e università) e regimi totalitari (privi di tali sistemi di autocorrezione), nel XXI secolo e siamo all’oggi oltre che al cuore del libro potrebbe essere tra esseri umani e agenti non umani.
Agenti non umani (ebbene sì il riferimento è agli algoritmi, il carburante degli strumenti dell’Intelligenza artificiale) è il modo con il quale Harari traccia la rotta per avventurarsi nella lettura di pagine che bisognerebbe descrivere con una serie di aggettivi positivi vietata dalla grammatica.
Non parliamo poi delle ulteriori domande che vengono in mente leggendo questi capitoli, bastino quindi tre esempi su tutti per testimoniare il valore della ricerca condotta.
Il primo concerne il caso giudiziario (deciso tramite strumenti di intelligenza artificiale) Loomis Vs. Wisconsin che non anticiperò, ma che apre un mondo di possibili derive giudiziarie (che certi casi di odierna cronaca nera farebbero impallidire).
Il secondo riguarda la coscienza, proprio quella di cui, secondo l’ex dipendente di Google Blake Lemoine, alcune tecnologie di intelligenza sarebbero dotate.
Davvero le intelligenze artificiali processando miliardi di dati possono determinare una forma embrionale di consapevolezza di sé? Google ha risposto con un licenziamento.
Il terzo riguarda le frontiere dell’addestramento di un algoritmo in relazione ai processi di assunzione del personale in azienda.
Cosa riterrà valido a questo fine “l’algoritmo bambino”?
Chi riterrà un valido o un buon dipendente tale algoritmo?
Sarà, ad esempio, ritenuto preferibile assumere uomini alle donne? Parenti del capo rispetto ad altre persone?
Domande, su domande, esempi su esempi, storie, proiezioni su un futuro mai così vicino; ecco in conclusione la miglior ragione per leggere questo libro che nella sua seconda parte non intende trarre conclusioni, ma solo metterci davanti al dubbio per stimolare i lettori a trovare possibili risposte.



