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22 Dicembre 2025
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22 Dicembre 2025L’Europa, quando si tratta di Africa, continua a muoversi con una certa cautela. Parlare di sviluppo nel continente e pianificare interventi strutturati significa fare i conti con un passato ancora ingombrante e con un presente politico che stenta a trovare una linea comune.
Il primo freno è di natura storica: il colonialismo europeo, troppo spesso degenerato in sfruttamento violento, ha lasciato cicatrici profonde che ancora oggi condizionano il rapporto con i Paesi africani. Gli eccessi del Belgio in Congo o della Germania in Namibia restano tra le pagine più nere della storia del continente, ma anche l’Italia e la Francia non sono esenti da responsabilità, tra velleità imperialiste e repressioni sanguinose. È un retaggio che pesa sulla coscienza e che rende difficile proporsi come partner credibile senza suscitare diffidenze.
Il secondo ostacolo riguarda la politica estera dell’Unione Europea, che resta fragile e frammentata. In mancanza di una strategia comune, ogni Stato membro segue i propri interessi, disperdendo risorse e riducendo l’impatto complessivo. Francia, Germania, Spagna e Italia si muovono in ordine sparso, invece di convogliare energie e capitali in obiettivi condivisi. Questa mancanza di coordinamento riduce l’efficacia degli interventi e lascia spazio ad altri attori internazionali pronti a colmare il vuoto.
Eppure, l’Africa non è un continente da cui ci si possa disinteressare. Le ragioni sono economiche, politiche e umanitarie. L’Unione Europea resta ancora il principale partner commerciale del continente, assorbendo circa un terzo delle esportazioni africane e mantenendo un saldo favorevole. Ma la quota europea è andata riducendosi, mentre la Cina ha rafforzato la sua presenza fino a diventare il primo interlocutore per diversi Paesi. In molti casi, i rapporti di scambio con Pechino hanno prodotto un deficit commerciale a svantaggio delle economie locali, mentre gli Stati Uniti, salvo iniziative come l’AGOA, si sono mostrati finora poco interessati. Per l’Europa l’Africa è una fonte essenziale di materie prime, ma rappresenta anche un potenziale mercato di sbocco.
Tuttavia, guardando ai singoli Paesi europei, il quadro è meno incoraggiante: Italia, Grecia e Spagna importano più di quanto esportino e questo squilibrio riduce non solo il peso economico, ma anche quello politico.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico si è concentrato soprattutto sul legame tra Africa e immigrazione irregolare. I Paesi mediterranei, punto d’approdo naturale dei flussi migratori, hanno dovuto affrontare un arrivo costante di persone spinte dalla miseria, dalle guerre o dalla repressione. Molti migranti provengono da contesti segnati da conflitti tribali, dittature feroci o classi dirigenti corrotte che sottraggono ogni risorsa. I numeri spiegano meglio di qualsiasi parola: il PIL pro capite medio africano si aggira sui 3.000 dollari, contro i 44.000 dell’Unione Europea. Ma la forbice interna è estrema: dal Burundi, con 230 dollari pro capite, alle Seychelles con 21.000, trainate però quasi esclusivamente dal turismo. Senza istruzione, servizi e infrastrutture, la crescita resta bloccata.
È questa condizione di arretratezza che spinge i giovani a partire, ma che al tempo stesso rende il continente vulnerabile alle mire esterne. Dopo il colonialismo europeo e la stagione dell’influenza sovietica, oggi è la Cina a proporsi come partner privilegiato attraverso la “Nuova Via della Seta”. A ciò si aggiunge l’avanzata del fondamentalismo islamico, che individua nell’Occidente la radice della povertà africana e offre come soluzione un riscatto violento e radicale.
È in questo scenario che l’Italia ha presentato il Piano Mattei. Con il decreto-legge 161 del novembre 2023, il governo ha fissato criteri e obiettivi di intervento in quattordici Paesi africani, distribuiti su un arco di quattro anni. La finalità dichiarata, sintetizzabile nello slogan “aiutiamoli a casa loro”, ha fatto discutere, ma l’impianto complessivo richiama l’esperienza del Piano Marshall: sostenere lo sviluppo culturale, industriale ed economico per migliorare la qualità della vita e, allo stesso tempo, aprire nuovi spazi di mercato per le imprese europee. I principi guida fissati dal decreto sono cinque: efficacia con obiettivi concreti e raggiungibili, collaborazione stretta con l’Italia, miglioramento tangibile delle condizioni di vita, sostenibilità e capacità di ripetizione.
Il piano individua dodici settori d’azione, che si possono sintetizzare in sei direttrici principali. Centrale è l’istruzione, intesa come leva per lo sviluppo sociale e personale, con progetti rivolti sia agli studenti sia agli insegnanti e con il coinvolgimento delle piccole e medie imprese italiane in percorsi di formazione professionale. Accanto a essa la sanità, con particolare attenzione ai servizi primari e materno-infantili, integrati da programmi di telemedicina e consulenza. Un altro pilastro è l’energia, con investimenti nelle fonti rinnovabili per ridurre la dipendenza da approvvigionamenti tradizionali e favorire partenariati industriali con l’Italia. Seguono i progetti legati all’acqua e all’agricoltura, considerati settori cruciali anche per la stabilità sociale, e infine le infrastrutture fisiche e digitali, necessarie a sostenere tutte le altre iniziative.
La gestione è affidata a una cabina di regia presieduta dal Presidente del Consiglio e composta da ministri, viceministri, rappresentanti di imprese, università ed enti pubblici e privati. Un organismo ampio e articolato, incaricato di approvare le relazioni annuali e monitorare l’avanzamento dei lavori. Sul piano finanziario, il governo ha stanziato 5,5 miliardi di euro, con la possibilità di mobilitare ulteriori risorse grazie all’effetto leva e alla partecipazione di istituzioni come la Banca Africana di Sviluppo e la Cassa Depositi e Prestiti. Si tratta tuttavia di cifre che, pur significative, appaiono modeste rispetto all’enorme divario economico tra Europa e Africa e non sufficienti a incidere sul fenomeno migratorio.
A oggi sono state presentate due relazioni sullo stato di avanzamento. La prima, nell’ottobre 2024, comprendeva ventuno progetti, di cui solo nove con risorse già definite. Ogni iniziativa era accompagnata da una scheda sintetica con obiettivi e cronoprogramma. La seconda relazione, pubblicata nel maggio 2025, risulta meno dettagliata: mancano i follow-up sui progetti avviati e le schede relative ai cinque nuovi Paesi coinvolti, ossia Angola, Ghana, Mauritania, Tanzania e Senegal, che si sono aggiunti ad Algeria, Egitto, Marocco, Tunisia, Repubblica del Congo, Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya e Mozambico.
Tra le iniziative più rilevanti figura la partecipazione al Corridoio di Lobito, un progetto promosso con Stati Uniti e Unione Europea per collegare Angola e Zambia con una ferrovia destinata al trasporto di minerali e prodotti agricoli. Lanciato nel 2022 dopo il fallimento di un progetto cinese, rappresenta oggi l’investimento più consistente in termini finanziari. Nel complesso, la maggior parte dei progetti riguarda la formazione, seguita dall’agricoltura, mentre meno risorse sono destinate a infrastrutture e sanità.
Le criticità non mancano. Secondo istituti di ricerca come ISPI e IAI, molti progetti non sono del tutto nuovi ma evoluzioni di iniziative già esistenti. La governance appare complessa e dispersiva, i finanziamenti insufficienti rispetto agli obiettivi, il coordinamento europeo fragile nonostante i legami con il programma Global Gateway e il nuovo fondo TERRA.
Molte ONG e associazioni ambientaliste accusano il Piano di essere un “piano per il gas, non per lo sviluppo”. Il nome stesso evoca l’epopea petrolifera di Enrico Mattei, e la strategia energetica del Governo è chiaramente incentrata sul potenziamento dell’estrazione e del trasporto di gas naturale (progetti GNL in Mozambico e Congo, potenziamento in Algeria/Libia). La critica sostiene che l’obiettivo primario sia trasformare l’Italia nell’hub del gas europeo a scapito degli investimenti hard (infrastrutture pesanti) in energie realmente rinnovabili, le quali spesso rimangono a livello di progetti pilota.
La stampa francese e i media arabi hanno posto l’accento sul legame indissolubile tra gli aiuti e il controllo dei flussi migratori. La retorica del “diritto a non emigrare” è vista come una strategia di realpolitik per usare i fondi come leva di condizionalità, chiedendo ai paesi africani di bloccare le partenze (esternalizzazione delle frontiere). Si teme che questo approccio distorca gli obiettivi umanitari della cooperazione allo sviluppo, trasformando l’aiuto in uno strumento di sicurezza nazionale e rafforzando regimi autoritari pur di garantire la stabilità dei flussi.
I media finanziari anglosassoni, pur lodando l’ambizione geopolitica dell’Italia, hanno espresso scetticismo sulla sua scala. I 5,5 miliardi sono una “goccia nel mare” rispetto ai bisogni dell’Africa e, soprattutto, rispetto ai capitali mobilitati da competitor come la Cina. La valutazione è che, gravata dal suo debito pubblico, l’Italia non abbia la necessaria “potenza di fuoco” finanziaria per competere da sola. Il successo dipenderà dalla capacità di coinvolgere l’UE come partner finanziario primario.
In conclusione, il Piano Mattei nasce con una premessa politicamente corretta: sostenere la crescita africana attraverso sviluppo economico, istruzione e cooperazione. Ma, a giudicare dalle prime applicazioni, mancano innovazione, chiarezza gestionale e risorse adeguate.
L’idea di fondo resta ambiziosa, ma la sua realizzazione concreta è ancora lontana dall’essere lo strumento capace di inaugurare una nuova stagione nei rapporti tra Italia, Europa e Africa.



