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24 Dicembre 2025Lunga vita a Schengen
Stava quasi per non passare nemmeno lui, povero Accordo di Schengen.
Della celebrazione dei 40 anni dell’Accordo firmato nel 1985 (operativo solo dal 1995) nella cittadina lussemburghese da cinque Stati membri, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, dell’allora Comunità economica europea, siamo onesti, non si è accorto quasi nessuno.
Ed è un vero peccato soprattutto rileggendo le parole pronunciate dai Commissari europei Henna Virkkunen (Sovranità tecnologica, sicurezza e democrazia) e Magnus Brunner (Affari interni e migrazione) presenti alla celebrazione che hanno ricordato come: “Schengen è diventato una pietra miliare dell’identità europea, consentendoci di vivere, lavorare e connetterci senza i vincoli delle frontiere interne. Schengen non è solo una politica: è una testimonianza del nostro impegno per la libertà, la sicurezza e la giustizia”.
Parole chiare, condivisibili, purtroppo del tutto trascurate nel corso di un anno durante il quale tutta l’Unione Europea avrebbe dovuto cogliere l’occasione per formulare una riflessione profonda sul loro significato e invece l’impressione è che l’Accordo stia subendo un processo di regressione.
Andando con ordine, la storia ci aiuta a trovare una radice sulla natura dell’intesa, il presente a individuarne la mutazione, il futuro tutto ancora da scrivere è tuttavia tracciato nel monito lanciato da Mario Draghi all’Unione Europea nel corso del suo recente intervento al Politecnico di Milano.
La Storia.
Ci insegna il grande Enrst H. Gombrich nella sua “Breve storia del mondo” che uno degli elementi più cari a Carlo Magno fu l’unità.
Quando nella notte di Natale dell’800 il papa andò da lui mettendogli in capo la corona Carlo, spaventato, non si sentì comunque solo re tedesco e signore dei franchi ma protettore di tutti i cristiani e della loro unità.
Il valore dell’Accordo sulle frontiere è da ricercare proprio nel concetto di unità, troppe volte dato per acquisito o scontato nell’Unione Europea di oggi.
Ancora una volta è la storia a farci vedere come invece, tutto possa accadere e infatti, dopo la morte di Carlo Magno, nell’814 tutta l’unità costruita si sgretolò con grande velocità e l’impero faticosamente costruito venne diviso tra i nipoti di Carlo, Lotario I, Ludovico il Germanico e Carlo il Calvo, per non parlare dei popoli slavi che subito si proclamarono liberi.
Il presente.
Ci deve preoccupare, non solo per come l’anniversario dell’Accordo è passato in sordina, ma per il processo di regressione che sta progressivamente erodendo il valore della storica intesa.
Mentre scrivo la recente proposta di riforma del sistema migratorio (vedremo come finirà) promossa tra gli altri dal governo della Danimarca che ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione Europea, sta agitando l’Unione Europea e inevitabilmente avrà un impatto sulla libertà di movimento all’interno dell’area UE.
Ad ogni modo, nel corso degli ultimi anni sono stati soprattutto due i colpi inferti a Schengen.
Il primo è stato dato a seguito della crisi dei migranti del 2015.
L’aumento della pressione di persone ai confini dei Paesi della UE con frontiere esterne ha spinto alcuni paesi a introdurre nuovamente controlli alle frontiere interne.
Il secondo è stato dato a seguito della pandemia del 2020 che ha spinto molti Stati a chiudere i confini interni.
In entrambi i casi si è trattato di decisioni unilaterali assunte in modo diverso dagli Stati membri senza un coordinamento unitario.
Proprio quanto accaduto ha per fortuna indotto la Commissione a intervenire con l’adozione del regolamento (UE) 2024/1717 finalizzato a creare dei limiti alla chiusura indiscriminata delle frontiere interne prevedendo che i controlli devono rimanere eccezionali, temporanei e proporzionati.
Il futuro.
A tracciarlo è Mario Draghi (forse uno dei pochi odierni eredi di Carlo Magno) in occasione dell’apertura dell’anno accademico al Politecnico di Milano ai primi di dicembre di quest’anno.
Afferma Draghi in un passaggio del suo intervento che: “Considerato il nostro profilo demografico, se l’UE mantenesse semplicemente il tasso medio di crescita della produttività dell’ultimo decennio, tra 25 anni l’economia avrebbe, di fatto, la stessa dimensione di oggi.”
Proprio queste parole devono aprire una discussione sull’importanza di mantenere i confini aperti per il futuro dell’Unione Europea.
Per la crescita della UE serve sinergia tra i cittadini degli Stati membri che di certo non si costruisce ripristinando lunghe attese alle frontiere ed è al contempo molto discutibile che la politica europea appaia priva di ambizioni e si limiti a concepire le politiche sull’immigrazione solo in chiave difensiva.
Cosa vuole diventare la UE? Un fortino assediato circondato da filo spinato dove all’interno si consuma una lenta morte per agonia, o un moderno avamposto di crescita economica che non può prescindere, come hanno insegnato gli USA (di una volta), da una gestione sapiente e attiva dei flussi migratori interni ed esterni?
La fine di Romolo Augustolo nel 476 d.C. fa propendere per la seconda soluzione.



