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22 Dicembre 2025Grazie a una meticolosa ricerca su documenti di archivio spesso inediti, Luca Molà ricostruisce in Nel Segno di Marco Polo, l’impatto che il viaggiatore ebbe sull’immaginario veneziano, generando una vera passione per il mondo tartaro – termine con cui si indicavano genericamente gli abitanti dell’Impero Mongolo.
Pietre preziose, porcellane, pigmenti e sete spinsero, sull’onda dei Polo, molti mercanti veneziani lungo le rotte asiatiche per soddisfare i desideri di una città sempre più ricca, vanitosa e colta.
A chi vorrà seguire i molti protagonisti di cui Molà rintraccia le vicende commerciali e umane, consiglio di dotarsi di un atlante e di abituarsi, fin dalle prime pagine, a leggere di porti come Trebisonda sul Mar Nero e La Tana sul Mar d’Azov, di Tabriz in Persia, dei Khanati mongoli e persino di Nuova Delhi. Le ultime tracce di questa rincorsa a materiali pregiati ed esotici conducono, nel Cinquecento, fino a Città del Messico.
Marco Polo è una figura chiave della vita economica veneziana del primo Trecento: non solo investiva per proprio conto ma anche per conto di molti cittadini che si affidavano a lui, e dei quali l’autore ricostruisce dei brevi ritratti capaci quasi di farci sentire la voce dell’epoca. Scopriamo, ad esempio, Francesco Zulian, residente a Candia e impegnato nel commercio del frumento con Venezia; Marina produttrice di filati d’oro; Caterina, serva di una nobile di casa Contarini – perché sì, anche le donne commerciavano, persino le suore e le badesse.
Oltre a gestire gli investimenti, Marco Polo concedeva prestiti, anche a popolani, come ad esempio a Leonardo Pancogolo, lavoratore che cuoce il pane per i pistori, della parrocchia di San Simeon Profeta.
Questi rapporti finanziari e commerciali erano regolati da una miriade di contratti, opposizioni, cause, testamenti, inventari e procedure legali di ogni tipo. Si trattava di un sistema giuridico raffinato che richiedeva centinaia di notai, giudici, copisti. La stessa minuziosa precisione caratterizzava il sistema fiscale, come si vede per quello stesso Leonardo Pancogolo, “reo di aver importato o esportato del formaggio, della cera e del pepe per parte dei quali non aveva le regolari bollette di transito.”
Non è quindi solo una Venezia dei commerci, quella che emerge nella ricerca di Molà, ma piuttosto una società complessa e articolata, nella quale ogni azione è vidimata e archiviata.
Al rigore dello storico, Molà unisce uno stile elegante e scorrevole, rivelando le spigolature di una società brulicante, dinamica e intraprendente, talvolta con uno sguardo ironico, come si coglie, ad esempio, nell’episodio degli oltre sessanta mercanti scomunicati per aver commerciato con i musulmani.
Delle merci asiatiche più amate e ambite dai veneziani e dai mercati europei, che siano materie prime o manufatti, l’autore precisa il contesto, la lavorazione e l’uso, arricchendo l’indagine con aneddoti curiosi.
Così, del muschio, necessario alla produzione dei profumi, scopriamo che viene estratto dalla gazzella cinese; della sostanza farinosa che si ricava dall’albero del sagu – a cui forse si associa la parola lasagne – veniamo a sapere del marinaio chiamato Spaghetti che la porta a bordo.
Altre suggestive notazioni si trovano per la porcellana, le lacche e le pietre preziose. Ma è soprattutto sulla seta e sui pigmenti rossi che lo storico si concentra maggiormente.
D’altra parte, la passione per la seta contagiò tutta Europa e ad acquistarla erano re come Edoardo III d’Inghilterra, papi come Bonifacio VIII, o signori italiani come Cangrande della Scala, ammirato, tra gli altri, da Dante Alighieri.
Luca Molà ripercorre le origini dell’industria della seta a Lucca, e poi a Venezia, Bologna e Firenze, descrivendone la lavorazione – dai bozzoli al tessuto -, la mania per i fili auroserici e la struttura del primo torcitoio, fabbricato a Lucca; un giro di denaro che rese i governi estremamente attenti allo spionaggio industriale tanto che pene severe e persino crudeli furono imposte a chi vendeva i segreti del mestiere o contraffaceva le stoffe.
A questa familiarità con il mondo tartaro della società trecentesca, contribuivano non solo la moda e gli oggetti esotici presenti nelle case nobili, ma anche gli schiavi.
Uomini e donne provenienti dalle terre mongole venivano venduti dapprima al mercato della Tana, quindi trasportati via nave a Venezia e messi all’incanto a Rialto. Più tardi si preferì spostare la vendita nel più discreto campo di Rialto Novo. Si prediligevano schiave donne, spesso anche bambine. Secondo Molà, i tartari erano la comunità straniera più numerosa e “chiunque avesse visitato Venezia si sarebbe imbattuto in persone dai tratti somatici chiaramente orientali”.
Tutto ciò che era asiatico doveva apparire comunque affascinante ed essere considerato motivo di distinzione, se i mercanti che tornavano dalla Cina si fregiavano con orgoglio di essere soprannominati “dal Chatayo” o Gattaio.
Ma il tempo passa e i mercati cambiano. Un esempio particolarmente efficace in questo senso è il pigmento detto cremisi, ottenuto da un insetto presente in Armenia e in Asia centrale, menzionato per la prima volta da Marco Polo e, forse anche grazie a lui, sempre più diffuso. Se il Trecento vide la crescita del cremisi a scapito della più comune tintura detta grana, dal Cinquecento fu la cocciniglia proveniente dalle Americhe il pigmento più ricercato; meno stabile ma anche meno costosa.
Verso gli anni Quaranta del secolo troviamo, per quel che ne sappiamo finora, il primo contratto veneziano intercontinentale dove, tra gli investitori, compare Giovan Battista Ramusio, autore di una delle versioni del Milione di Marco Polo. Tra le merci esportate per aprire a Città del Messico un negozio di specialità veneziane troviamo oltre a maioliche, vetri di Murano, sete di molti colori, pettini e occhiali, anche delle maschere di Carnevale.
Proprio in quegli anni di viaggi transoceanici, quando il commercio con l’Asia aveva ormai perso l’importanza dei secoli passati, il Consiglio dei Dieci affidò a Ramusio la supervisione per l’esecuzione di grandi mappe del mondo, destinate alla Sala dello Scudo nell’appartamento ducale, dove sostavano ambasciatori e delegazioni straniere in attesa di essere ricevute.
Se avete ancora a portata di mano l’atlante che vi avevo suggerito, possiamo immaginare il loro sguardo vagare tra mari e oceani, riconoscere quei porti dove intrepidi mercanti veneziani, esploratori per natura, per secoli avevano selezionato, acquistato e fatto circolare merci, rendendo Venezia uno dei grandi centri commerciali dell’Occidente.
Partendo dall’eccezionale avventura dei Polo e dai molti personaggi che l’autore, con grande pazienza, rintraccia negli archivi, Luca Molà fa emergere le dinamiche di una città in espansione, mossa da una tensione verso l’Oriente che, nel Trecento, ne modella i gusti e l’immaginario.
Luca Molà, Nel segno di Marco Polo, Laterza, 2025



