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Sono quelle aree urbane che vivono di luce alterna.
Alcune parti dei centri storici, coincidendo con i centri cittadini, sono sempre rimaste, o sono state in seguito, molto rivalutate come luoghi di abitazione ricche per l’élite sociale che se lo può permettere, una fascia numericamente limitata, con una coincidenza non casuale tra potere economico e sociale e residenzialità ‘centrale’. Altre parti ‘storiche’ (ma vedremo che l’aggettivo è discutibile), a volte accostate a poca distanza dalle precedenti, hanno conosciuto un progressivo degrado sociale e strutturale, abbandonate da ceti un tempo anche popolari, svuotate di abitanti residenti, e giacciono in una condizione senza funzioni, inerte, periferie nel cuore dell’interno urbano, un paradosso. Nell’un caso e nell’altro combinati insieme, ciò ha determinato uno sbilanciamento netto nella distribuzione e nelle densità residenziale dei centri storici rispetto al complesso del popolamento dell’area urbana di riferimento nel suo insieme. Costituendo i residenti effettivi nei centri storici nelle migliori delle ipotesi il 20% di tutti i residenti complessivi, ma spesso molto meno. Inevitabile, fisiologica conseguenza della logica del mercato applicata all’urbanesimo, che solo la politica può cercra di sanare o quantomeno arginare.
Nel corso del Novecento (ma anche nei secoli precedenti), coincidendo con i centri cittadini, i centri storici venivano anche investiti da scelte di localizzazioni di funzioni terziarie direzionali (ma anche in questo caso non residenziali). Tuttavia, per molti di essi (ma non tutti) la indubbia centralità all’interno del loro sistema urbano, che aveva determinato tale scelta baricentrica quasi naturale, un po’ alla volta è stata in seguito messa in second’ordine dalla difficile accessibilità per la circolazione automobilistica, dati gli spazi angusti, e per le politiche conservative attuate con divieti di accesso e pedonalizzazioni. Anche il terziario e il direzionale un po’ alla volta si è perciò spostato fuori dai centri storici, in parte o in toto, contribuendo alla loro emarginazione. Non dappertutto compensata dalle residenze elitarie di cui s’è detto e dalla presenza di edifici monumentali di grande prestigio, come per esempio in tutta evidenza quelli di Roma, Firenze, Venezia, che massicciamente li si trova solo in un ristretto numero di situazioni urbane.
Comunque sia le casistiche sono le più varie, ognuno si trova in una condizione diversa dall’altra. Non c’è dubbio, tuttavia, che una decisa azione di recupero andrebbe finalizzata prima di tutto a rivalutare una parte del territorio urbano che porta in sé un altissimo valore culturale e di memoria storica ( e non solo per i ricchi palazzi e i monumenti) per tutto il territorio più vasto in cui un centro storico è collocato. Una rivalutazione di uno spazio urbano, non solo sul piano aggregativo sociale (le pedonalizzazioni avevano anche questo semplice obiettivo), ma anche per nuove funzioni produttive e di volano economico, che si pongano in alternativa o in integrazione con l’unico fenomeno che sembra oggi investirli spontaneamente, almeno in Europa. Vale a dire il turismo, con tutte le conseguenze positive ma anche pesantemente negative che il fenomeno comporta.
Ebbene, se questo è il contesto, non sembri una questione di lana caprina porsi il problema, già accennato, di una definizione più precisa di centro storico, sul piano lessicale e concettuale, perché solo facendo chiarezza si acquisiscono gli strumenti per le azioni da svolgere e le scelte da operare.
Va detto in premessa che non esiste ancora una nozione oggettiva riconosciuta di centro storico. Il termine stesso è stato per altro ignorato, anzi direi proprio non esistente, fino alla metà del XX secolo. E se ne capiscono le ragioni. È stata l’esplosione delle periferie dal secondo dopoguerra in avanti a far risaltare tutto il contrasto, vistosamente anche nelle forme, tra l’antico e il moderno, dato che fino a quel momento le città si erano sviluppate molto meno in quantità e tutte sostanzialmente a ridosso delle parti più antiche o poco oltre, in modo tale da non costituire contrasto o percezione separata. È stata la modernità urbana a far risaltare in tutta evidenza il centro storico, sfuggito alla percezione precedente. Nasceva infatti per la prima volta l’esigenza di salvaguardia del bene storico e quindi l’oggetto andava quantomeno individuato e, per la prima volta, nominato.
Veniva individuato concettualmente, ma mantenendo la vaghezza e la indeterminatezza nel perimetrarlo con esattezza, e dando luogo tra l’altro a contraddizioni logiche e lessicali mica da poco, di cui val la pena redigere un indice utile per pervenire ad un rinnovamento.
Tanto per riportare alcune incongruenze, si dice ‘centro’ storico, ma il ‘centro’ in geometria è un punto senza dimensione, mentre era già scontato nella prima grezza formulazione che alla parte urbana storica si attribuiva quantomeno una superfice e quindi una dimensione. E poi l’aggettivo ‘storico’ è altrettanto ambiguo. Tutto di per sé è ‘storico’ o storicizzabile e quindi applicare la storicità ad uno spazio è dire tutto e niente. Tanto è vero che molti preferiscono l’aggettivo ‘antico’ che, pur non possedendo criteri cronologici precisi, chiarisce subito di riferirsi ad un passato sufficientemente lontano. Ad aggiungere imprecisione al termine si può anche dire che nelle aree urbane compiute la parte antica e storica, posto che prima o poi se ne conoscano i criteri di acquisizione, non è sempre geometricamente centrale nel sistema urbano complessivo. Gli esempi si sprecherebbero. Vi sono parti storiche del tutto eccentriche, di fatto periferiche nel loro sistema urbano. E anche di questo bisogna tenere conto. Infine, in un’area storica e antica la sussistenza del patrimonio edilizio e strutturale antico non è sempre scontata. Vi sono situazioni urbane, penso per esempio a Milano, dove nel perimetro di un suo supposto centro storico, una discreta parte degli edifici risale all’Ottocento e al Novecento, epoche non considerabili come antiche. E ciò è accaduto per sventramenti e abbattimenti provocati dalla guerra con le relative sostituzioni. In questo caso per mantenere la nozione, se il perimetro è quello storico antico diciamo che la testimonianza della storicità sta soprattutto nella struttura urbana viaria, sventramenti permettendo; o, se questi hanno quasi azzerato il tutto, nella semplice superfice con relativo perimetro dell’area definita come storica. Tenendo conto che parti urbane storico antiche ce ne possono essere più di una, anche in discontinuità tra di loro, ma pur sempre appartenenti alla medesima area urbana vasta.
Fin qui lessico e concetti. Ma non questioni secondarie anche per la politica e le istituzioni. Non sarebbe male in definitiva che il legislatore assumesse in via definitiva dei criteri oggettivi per la definizione di centro storico, o antico che dir si voglia, visto l’accrescersi delle normative di tutela al riguardo che ormai stanno investendo anche il piano internazionale, leggesi Unesco.
Sorprende però il fatto che la disciplina che più si occupa di spazialità, vale a dire la geografia, abbia anch’essa omesso fino ad oggi la definizione di criteri oggettivi per perimetrare un centro storico. E considero la geografia una scienza. E la geografia urbana una sua branca essenziale e invece niente di niente vi si trova. In geografia c’è il concetto, e ci mancherebbe, ma non i criteri con cui lo si acquisisce e lo si applica.
Avanzo perciò io delle proposte, che mi paiono geograficamente corrette o plausibili, di criteri cronologici, che trovano conforto in cenni sparsi nella saggistica settoriale, cercandoli di mettere insieme.
Vediamo.
Se è vero che lo sviluppo urbano ha diverse fasi che corrispondono con una certa aderenza alle fasi dello sviluppo storico economico e sociale, non c’è dubbio che negli ultimi secoli il momento spartiacque è la rivoluzione industriale che si inaugura a metà ‘700, non l’unico cambiamento epocale da allora, ma l’innesco di tutti gli altri della modernità. Perché l’industria è quella che per la prima volta rompe il guscio della compattezza urbana e rende anacronistiche certe situazioni urbanistiche, come per esempio le mura difensive, a lungo diaframma concreto tra urbe e campagna. Non a caso fino a quella data lo sviluppo urbano, quantomeno in Italia, se ne stava tutto dentro, con ampi spazi vuoti, al perimetro murario di due secoli prima.
Quindi per me è quella la data ideale: il centro storico è la superfice urbana sviluppata fino al 1750.
Chiaro che al suo interno è sempre possibile individuarne un’altra più ristretta, risalente alla fase di espansione storico economica ancora precedente in cui c’era già stato uno sviluppo urbano di una certa consistenza a partire da un nucleo, anche se queste sono categorie riferibili soprattutto all’Europa e all’Italia, mentre negli altri continenti la sfasatura cronologica non consente estensioni e applicazioni univoche. Ma da noi nel vecchio mondo è il perimetro della città medievale del 1200/1300 a potersi considerare ‘il centro storico del centro storico’.
Sin qui tutte queste circostanze sono individuabili in un’area ben definita con un patrimonio storico ancora in parte esistente negli edifici e nella struttura urbana, pur con molte sostituzioni avvenute. Poi, se per completezza nel nostro antico continente si vuole acquisire una nozione di riferimento in più, non sarà male, dove e è esistito, individuare anche il perimetro dello sviluppo urbano romano o greco nella fase di massima espansione e in quella delle origini, ben sapendo che questa si è una ricostruzione spesso solo virtuale.
Quindi va variato e corretto il lessico innanzi tutto. Non più ‘centro’ (perché spesso non è ‘al centro’ e soprattutto perchè ‘centro’ è un punto e non una superfice) ma semplicemente ‘urbe’, essendo il popolare termine ‘città’ erroneamente attribuito allo spazio edificato, mentre di per sé significa ‘comunità civile’ (fatta di persone, cioè) di un luogo definito. L’urbe è invece correttamente proprio lo spazio edificato e strutturato, i latini sapevano distinguere bne lessicalmente le due cose. Poi non più ‘storico’ ma ‘antico’ o ‘antica’, per rimarcare il riferimento ad una fase che è diversa dalla contemporaneità. ‘Urbe antica’ può apparire un vezzo ai limiti della stramberia, ma assicuro che è l’applicazione più corretta al fatto. L’urbe antica di un’area urbana più vasta convenzionalmente è, lo confermo, quella già individuabile nel 1750, e ne consegue che l’urbe moderna e contemporanea è quella che si è sviluppata tutta dopo. Se proprio si vuole predisporre la nozione ai tempi futuri, quando anche il 1750 inevitabilmente diventerà anacronistico, si può infine proporre un perimetro antico più largo risalente ad una fase successiva, iniziata un secolo fa su per giù, quella che precede il boom dell’espansione novecentesca, vale a dire l’area urbana ‘fotografata’ all’uscita dalla Prima guerra mondiale. Una distinzione utile che però poco interferisce, visto che le città di un secolo fa non si discostavano di molto nell’espansione da quella precedente.
Criteri troppo rigidi? Forse, c’è questo rischio. Ma le acquisizioni di nozioni certe non sono un fatto puramente accademico. Solo avendo presente l’oggetto di cui si parla è possibile per la politica compiere delle scelte e attuare delle strategie miranti alla rigenerazione, alla conservazione e alla salvaguardia di un patrimonio fondamentale per la vita sociale e civile. Tra cui il ripopolamento con residenti appartenenti non solo all’elite, cosa non facile, ma forse non impossibile. Non l’ho detto prima e fino ad ora, riservandomelo per il finale, ma direi che questo è tra gli obiettivi primari della rigenerazione dell’urbe antica.



