
Disastri ambientali: quale futuro per le nostre città ?
28 Novembre 2024
CONO DI LUCE L’esodo senza fine nelle poesie di Francesca Brandes
1 Dicembre 2024Secondo i dati forniti dal Comune di Venezia il numero di cittadini residenti al 31/12/2023 con cittadinanza straniera (cioè diversa da quella italiana) risulta pari a 40.770 persone (di cui 20.001 maschi 20.769 femmine). I più numerosi sono del Bangladesh (8.261 persone) Romania (6.493 persone) e Cina (3.881 persone). Inoltre è anche probabile che le cifre aumentino, perché l’emigrazione, causata dalle difficoltà di vivere in paesi che perenni conflitti e cambiamenti climatici rendono inospitali, è sollecitata da una richiesta di manodopera degli imprenditori del nostro Paese, in cui si verifica un calo della popolazione autoctona. Per valutare i problemi che emergono nell’incontro di culture diverse, oltre a questi numeri, occorre aggiungere i cittadini che, non essendo nati in Italia, appartengono a tradizioni differenti, ma hanno ottenuto successivamente la cittadinanza. Nel territorio comunale sono Mestre centro e Marghera le zone di maggior frequenza abitativa degli immigrati. Infatti, in questo perimetro si contano cinque luoghi di preghiera per i musulmani, “le moschee”: Marghera; piazzale Madonna Pellegrina in Altobello; via Torino; via Linghindal; via Piave. Quest’ultima, più centrale e molto frequentata, ha suscitato qualche rimostranza da parte di residenti e dello stesso Comune per presunte irregolarità nella destinazione d’uso, (ex sede di un supermercato). In seguito a ciò, il Tar con una sentenza del 19 giugno 2024, dopo un primo intervento urgente nel luglio 2023 che aveva accolto il ricorso avverso il Comune dell’associazione islamica Ittihad, ha ordinato la cessione delle attività di culto per motivi di sicurezza. Continuano alcune attività culturali e la scuola coranica,”scuola di dottrina” per bambini bengalesi.
Ma il problema è complesso e riguarda le relazioni con culture diverse, in questo caso con una comunità numerosa come quella bengalese. Ne parlo con Kamrul Syed, cittadino italiano, nato in Bangladesh, con padre Roberto Marongiu, parroco di Altobello, con Gianfranco Bonesso, a lungo responsabile del settore Emigrazione del Comune di Venezia.
Ed è con Kamrul Syed, cittadino italiano da 15 anni, nato in Bangladesh, sposato con un’italiana, padre di 3 figli, che m’incontro per chiacchierare di integrazione tra culture diverse. Mi accoglie, con molta cortesia, – ci conosciamo da molti anni ormai, da quando ero responsabile delle Politiche Sociali nella municipalità di Mestre centro – nella sede dove svolge attività mirate all’apprendimento della lingua italiana, rivolte a donne e uomini del suo paese di origine. Infatti, insiste nel dire che il primo e fondamentale elemento di integrazione è il possesso della lingua del Paese dove si risiede, oltre alla conservazione della lingua madre. Con una metafora colorita dice: “Abbiamo due mani, per applaudire occorre usarle tutte e due!” perché, insiste bisogna parlare, comunicare. Nello stesso condominio alcune famiglie non riescono a comunicare, se succede qualcosa. Kamrul riesce a organizzare 10 corsi, per donne e uomini, attivi dal mattino fino alle 21,30 di sera; al sabato ci sono anche doposcuola per i bambini che presentano delle difficoltà di apprendimento. Dice: “Ci sono attualmente molte associazioni che propongono corsi di italiano, ma non basta. Noi non abbiamo finanziamenti dall’ Europa, né dallo Stato, né dalla Regione; lo facciamo con i nostri soldi, ma il Comune dovrebbe fare di più perché ha dei finanziamenti specifici. Nel periodo di crisi nel 2007/2008 alcune famiglie sono tornate in Bangladesh e quindi non hanno più parlato italiano, Anche queste ultime hanno bisogno di corsi di lingua italiana. Poi ci sono molti ragazzi che hanno studiato qui, ma non hanno ancora la cittadinanza. Abbiamo anche un corso di lingua bangladesh per bambini, perché non vogliamo perdere la lingua di origine”.
Poi parla delle difficoltà di alcuni giovani di scuola media e superiore che non capiscono la lingua e – secondo lui- frequentano cattive compagnie. Per loro Kamrul vede, come distraente, la pratica di attività sportive. Per giocare sia a calcio che a cricket c’è bisogno di ampi spazi. Mi confida che ha un progetto per un campo da calcio individuato a Marghera, in via Nicolodi, ma ci sono intoppi burocratici. “Ho passato tutta l’estate a mandare mail. Non è un servizio veloce.” Ma, insiste, perché le attività sportive spesso salvano i giovani dalle droghe, dall’alcool. Poi conclude dicendo: “Parlare fa sempre bene, anche tra i parenti bisogna parlare.” E forse si riferisce anche a me che ho insistito a parlare con lui.
L’apertura ai cittadini stranieri, e soprattutto ai bambini, viene anche dalle parrocchie che hanno le strutture adatte per giocare a calcio, per le attività dei Gruppi Estivi (Grest) che vengono organizzati per alunni e studenti durante le vacanze estive. Padre Roberto, parroco della comunità di Altobello che si trova in un territorio popolato da molti, come stranieri dove c’è anche uno spazio ricavato dai musulmani per pregare, una “moschea”, precisa che l’accoglienza deve avere delle regole. I bambini minorenni che vogliono frequentare il patronato devono presentarsi con i genitori, lasciare i loro riferimenti e condividere le regole che sono scritte davanti all’ingresso del patronato. Regole che possono essere riassunte, in quelle della buona educazione e del rispetto dei luoghi (non dire parolacce, non sporcare, etc). Alcune famiglie straniere iniziano a partecipare ad alcune attività della parrocchia come il Grest. Davanti alla chiesa della Madonna Pellegrina di Altobello c’è un piccolo parco pieno di giochi per bambini che – sottolinea padre Roberto – durante la buona stagione è frequentato sia dalle mamme italiane che straniere, ma purtroppo con orari diversi: quando i bambini italiani con le loro mamme vanno a casa, arrivano le famiglie straniere. E io m’interrogo se lo fanno perché sono abituate ad uscire più tardi o perché non vogliono proprio incontrare altri gruppi: fatto sta che non s’incontrano.
Gianfranco Bonesso, che inseguo con molta fatica perché occupato in molteplici attività, corregge subito la mia espressione sull’integrazione versus radicalismo perché la ritiene inadeguata. Preferisce parlare di convivenza versus separatezza. Come promuovere una convivenza dignitosa, basata su una comune gestione della vita quotidiana nella nostra città? Si tratta di condividere incontri, azioni, spazi comuni, bisogni necessari. Partire in primis dalla conoscenza, dalla storia dell’emigrazione in questa città, dove il turismo crescente e l’attività dei cantieri navali (Fincantieri soprattutto) hanno indirizzato qui, ormai da trent’anni, il fenomeno migratorio. Il lavoro prima di tutto è il luogo in cui l’incontro di culture diverse si stempera nella comune appartenenza all’essere lavoratori, portatori degli stessi bisogni, diritti e doveri. Il lavoro diventa anche, necessariamente, palestra di lingua italiana. Ma, secondo Gianfranco, non basta per sentirsi cittadino di questa comunità. Ci sono impedimenti di tipo burocratico, per cui una pratica amministrativa civile, come l’abitare e lavorare, diventa così complicata da vincoli giuridici tali da allontanare dalle istituzioni chi invece dovrebbe iniziare a respirare e condividere i principi costituzionali su cui si fonda la civile convivenza del nostro Paese. L’adesione ai principi costituzionali, poi, non dovrebbe comunque mortificare o penalizzare comportamenti che, non andando a ledere la libertà e la dignità delle persone, possono essere variamente praticati, come la scelta di costumi sessuali, alimentari, metodi di cura, modi di abbigliarsi.
Il luogo deputato all’incontro tra bambini che non sono nati nello stesso luogo, e appartengono a culture e religioni diverse è la scuola. L’istituzione scolastica, quindi, diventa il luogo privilegiato dove tutti gli elementi positivi e critici del fenomeno migratorio impattano. Nella scuola si incontrano e scontrano oltre ai bambini anche le loro famiglie.
Eppure, sembra che chi opera nella politica, chi pensa che l’integrazione sia necessaria, per costruire una città moderna e più felice, non tenga in sufficiente conto questa realtà e del compito fondamentale che, soprattutto le maestre e chi opera nella fascia dell’obbligo scolastico, stanno svolgendo in prima linea. Non viene considerato con l’importanza che ricopre, altrimenti il Ministero preposto lo valorizzerebbe sul piano economico, pagando meglio gli insegnanti, e sul piano culturale, organizzando corsi di aggiornamento e mettendo in atto strumenti di sostegno (mediatori culturali, accompagnamento, integrazioni…) nelle attività scolastiche. L’educazione al rispetto dei simboli identificativi delle diverse culture può iniziare da qui. Così come risulti ipocritamente rispettoso delle altre culture l’abolizione del presepio e dei simboli religiosi cristiani, che vanno serenamente e laicamente mantenuti come patrimonio della tradizione, d’altro canto può risultare arricchente accogliere simboli delle festività di culture diverse.
Inizia sempre qui, tra i banchi, l’eguaglianza dei diritti tra maschi e femmine che si esprime anche nel modo di vestire, che significa non coprire le bambine al punto che i loro movimenti risultino impacciati (calzoni + gonne+ veli, etc) e non permettano di muoversi nel corpo e con il corpo in libertà come possono fare i maschi. Questo è un compito delicato che va fatto capire alle famiglie sulla base del principio che bambine e bambini sono eguali nei diritti come nei doveri, come nelle necessità del vivere bene. Sarebbe opportuno che le scuole discutessero questi atteggiamenti con i genitori e assumessero dei comportamenti omogenei. A me piacerebbe, inoltre, che in ogni scuola si tenessero corsi di lingua italiana per le mamme che accompagnano i loro figli in modo da fornire alle stesse gli strumenti per dialogare con le insegnanti, tra di loro e con le mamme italiane. Spesso nella scuola si costruiscono amicizie, comunque, nell’attenzione verso i figli, ci si confronta sulle aspettative verso i nuovi cittadini e cittadine, e si possono tessere relazioni significative.
Gianfranco, poi, si augura che si possa fare il referendum per la semplificazione del diritto di cittadinanza. Ma questo è un problema di politica nazionale che non riguarda soltanto il nostro territorio.



