
Venezia e l’overtourism
29 Luglio 2025Dall’associazione GARANZIA CIVICA riceviamo: appello per un candidato sindaco civico
5 Agosto 2025L’inchiesta della Magistratura sul pasticciaccio di Milano va letta e valutata sotto vari livelli, concettualmente distinti. Sono stati messi in evidenza e approfonditi dai media sulla carta stampata e in TV e li elenchiamo per avere il quadro di contesto.
Il livello giudiziario. L’inchiesta seguirà il suo corso e si stabilirà se si sono commessi reati (o meglio, se eventuali reati commessi possono essere dimostrati). Dico la mia prima impressione (del resto vedo condivisa da parecchi osservatori): probabile che la montagna partorirà il classico topolino. Non c’è, almeno allo stato delle cose, la classica pistola fumante, non c’è qualcuno beccato con la bustarella in mano. Aspettiamo comunque gli sviluppi.
Il livello politico. È emerso un sistema dove c’era, evidente, una triangolazione complessa di favori, una prassi consolidata di rapporti amicali e professionali, di consuetudini personali, di conflitti di interesse potenziali che non può non interrogare tutti sull’aspetto sostanziale di un sistema dove la partita si svolgeva tra pochi eletti, l’interesse privato era dominante e dove certamente si era messa in piedi una macchina formidabile di attrazione di investimenti (ed è positivo) ma questo fiume di denaro seguiva dinamiche che certo non avevano come faro l’interesse pubblico. Di questo sistema, il Sindaco era nella migliore delle ipotesi succube o, nella peggiore, complice.
Il livello procedurale. È un terreno da specialisti, quindi è necessaria la massima cautela. Tuttavia, anche un osservatore non esperto può notare l’anomalia evidente che riguarda Milano – e solo Milano. Una sequenza di atti amministrativi (una determina del 2018, una Circolare del 2023) che ha profondamente snaturato il concetto di “restauro e manutenzione”. Il risultato? Un paradosso evidente: grazie a una semplice SCIA (Segnalazione Certificata di Inizio Attività), si è reso possibile innalzare torri di 60-80 metri in sostituzione di edifici originariamente monopiano. Il tutto aggirando gli standard nazionali previsti per spazi pubblici, servizi, e opere di urbanizzazione primaria e secondaria. Chi scrive non appartiene certo al “partito del NO”, ovvero a chi osteggia sistematicamente ogni nuova costruzione, trattandola come un male assoluto. Semplificare è giusto, snellire le procedure è doveroso, ridurre i margini di boicottaggio è necessario. Ma in questo caso si è decisamente andati troppo oltre, con un’evidente forzatura del sistema.
Il livello urbanistico. Roberto d’Agostino nella nostra rivista propone un interessante, informato e desolato quadro dello stato dell’Urbanistica in Italia https://www.luminosigiorni.it/italia/milano-e-lurbanistica-italiana/ . Il cui compito non è solo tecnico, ma civico: pensare lo sviluppo della città, orientarlo, redigere piani coerenti e sostenibili, sottoposti alla valutazione di tutti gli attori coinvolti, a cominciare dai cittadini. Ebbene, è un fatto che in questa stagione a Milano è avvenuto tutto il contrario: lo sviluppo urbano è stato dettato da interessi privati. Il capitale privato – sia chiaro – è un motore fondamentale per ogni crescita urbana, non va demonizzato e va pure correttamente remunerato. Ma va indirizzato. Deve restituire qualcosa alla collettività. Non può essere l’iniziativa privata, da sola, a dettare l’agenda dello sviluppo urbano.
Da questo lungo inquadramento della situazione, emerge una contraddizione: è vero che di rilevante penalmente c’è poco o nulla ma è anche vero che comunque la situazione creatasi era perlomeno discutibile da tutti gli altri punti di vista e implicitamente lo ammettono le stesse forze di maggioranza quando, nel rinnovare la fiducia al Sindaco per il proseguimento della legislatura, hanno dichiarata la necessità di una “discontinuità”. Ne consegue che da un lato la magistratura sta occupandosi di un tema non di propria competenza e dall’altro che un intervento nel merito era comunque necessario o almeno opportuno. Siamo di fronte, dunque, alla circostanza di una magistratura che deborda dai propri compiti istituzionali ma, insieme, compie un’attività meritoria. Direi che si ripropone, certamente non per la prima volta, ma questa volta in modo particolarmente incisivo, la vexata quaestio irrisolta dei confini tra magistratura e politica. Perché hanno ragione coloro che denunciano da tempo l’invasione di campo dei magistrati ma allo stesso tempo non si può negare che intervengono sovente in campi dove era comunque necessario intervenire. Cioè si attua una vera supplenza di un organo dello Stato nei confronti di un altro. Che è indicazione di un sistema malato, che comporta inevitabili distorsioni. Perché non è compito dei magistrati, che sono scelti e nominati per tutt’altro, perché apre il fianco a comprensibili dubbi sulla discrezionalità, sulla tempistica di queste intromissioni e perché oggettivamente introduce nella competizione politica attori che dovrebbero esserne del tutto estranei e con una discrezionalità tale da conferire alle toghe un potere di influenza potentissimo e insieme improprio. Per toccare con mano la rilevanza di questa invasione di campo, giova sottolineare che gli inquirenti, nel caso di Milano, nella documentazione di accusa non si limitano all’aspetto delle irregolarità di potenziale rilevanza penale ma perfino mettono bocca sui tempi urbanistici. Si legge per esempio di “degenerazione della gestione urbanistica dell’amministrazione comunale», che invece di essere un «presidio di tutela dell’interesse pubblico», sarebbe stata «asservita alle utilità di una cerchia ristretta elitaria di soggetti» in un «sistema gravemente corruttivo che ha come risultato lo svilimento dell’interesse pubblico”. Ora, è un rilievo probabilmente fondato ma non può sfuggire la stortura che dei soggetti il cui compito è verificare l’applicazione della Legge si mettano a sindacare sulla bontà o meno delle scelte urbanistiche. Non è il loro mestiere! Non è loro competenza.
Ma la prima responsabile di questa situazione non è la Magistratura (che di fatto riempie un vuoto) ma la classe politica che ha dimostrato più volte in questi anni di essere incapace di autoregolarsi e di gestire il proprio potere con trasparenza e avendo come stella polare il bene pubblico. Siamo uomini di mondo, capiamo benissimo che nella gestione quotidiana le conoscenze interpersonali, i rapporti fiduciari, la necessità di interfacciarsi col potere economico sono prerogative necessarie, non si pretende un angelo senza sesso a capo di una struttura complessa come il Comune, ma certo est modus in rebus.
Questi accadimenti sono peraltro la dimostrazione plastica dell’assoluta opportunità di porre il limite dei due mandati (vedasi https://www.luminosigiorni.it/politica-3/finisce-lera-zaia-e-adesso-tra-palazzo-balbi-e-ca-farsetti/ ), altro che espropriazione del diritto dei cittadini di scegliere chi vogliono. Ma anche il limite dei mandati non basta, con tutta evidenza. Urge un’assunzione di responsabilità da parte della classe politica. Non è accettabile nascondersi dietro il dito della correttezza formale: la gestione della cosa pubblica deve essere trasparente non solo nelle forme, ma soprattutto nella sostanza, orientata esclusivamente al bene collettivo. Ricette? Difficile a dirsi e a farsi. Si può pensare a meccanismi di partecipazione attiva dei cittadini, di autorità di controllo (anche se è evidente quanto sia complesso creare strumenti che siano al tempo stesso efficaci e non paralizzanti). In generale, l’azione amministrativa, all’interno del Comune e delle società partecipate, deve trovare nelle strutture tecniche un presidio indipendente, capace di mettere efficacemente in atto gli indirizzi politici ma anche di respingere comportamenti anomali di singoli amministratori.
Infine, un passo fondamentale è la presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica: il rischio di gestioni opache è sempre in agguato e può riguardare qualsiasi amministrazione, a prescindere dal colore politico. Per questo, quando emergono scandali – reali o presunti – è necessario evitare ogni forma di strumentalizzazione partitica.
Immagine di copertina ©Urbanfile



