
Il DDL Delrio
11 Dicembre 2025
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15 Dicembre 2025Avevamo tutti esultato nell’apprendere l’accordo bipartisan tra la prima ministra Giorgia Meloni e la segretaria del principale partito di opposizione Elly Schlein sulla proposta di modifica dell’articolo 609-bis del codice penale, volta a stabilire che “senza consenso esplicito, libero e attuale” ogni atto sessuale è violenza. Come ben sappiamo, alla Camera è stata approvato all’unanimità. E ciò faceva ben sperare. A nessuno piace il clima di odio che politici senza scrupoli continuano a diffondere. Che ben vengano cambi di passo come questo. Un cambio di passo che molti cittadini che credono ancora nella politica hanno vissuto come un atto di civiltà.
Una contrapposizione agguerrita tra partiti può sedurre solo chi crede che governare significhi mostrare i muscoli e decidere sulla base della legge del più forte. Di sicuro tale approccio regala sonni tranquilli a molti. Per esempio a coloro i quali si consegnano a chi crede che il governo di un paese sia mero esercizio di supremazia, conquistato il quale ogni decisione, anche la più illogica, sia legittimata dal voto. E allora, tanto vale abbandonarsi a chi fa supporre che vincere le elezioni autorizzi a ignorare la divisone dei poteri. Che è poi la dialettica su cui si fonda ogni democrazia. Se invece la maggioranza ascolta, interagisce con l’opposizione, ogni accordo, ogni proposta che sia il frutto di un confronto tra posizioni sia pur diverse tra loro, se c’è dibattito e se da questo dibattito scaturisce una proposta di legge, questo non può che far bene al Paese e restituire ai cittadini quella fiducia nelle istituzioni che negli ultimi tempi sembra si stia dissolvendo.
Bene, questa decisone condivisa è stata solo una pia illusione. Quando il provvedimento è arrivato al Senato della Repubblica, la maggioranza ha deciso di fermare l’iter per chiedere “ulteriori approfondimenti”, ha fatto mancare l’unanimità con la scusa di alcune “migliorie” e un nuovo giro di audizioni. Pare che la richiesta sia stata motivata da dubbi su alcuni aspetti giuridici del testo. Di fatto, ciò significa che il ddl non è stato messo ai voti, né è passata la legge sul consenso.
Ancora una volta, si è agito sulla pelle delle donne e sulla loro dignità. Si tratta dell’ennesima ferita al percorso di tutela delle vittime. Il tutto, ironia della sorte, proprio nella Giornata contro la Violenza sulle donne.
E le opposizioni a quel punto hanno fatto l’unica cosa possibile: hanno abbandonato l’aula. Come non comprenderle? Avevano finalmente strappato una cosa giusta e dignitosa a una destra muscolare e molto poco vicina al mondo femminile (malgrado il primo ministro sia una donna). E si è conclusa invece con una ferita insanabile e uno schiaffo a tante donne. A tutte quelle donne che ci avevano creduto e avevano sperato in una decisone transpartitica che le tutelasse e non le vedesse come elementi chiave di propagande elettorali da strumentalizzare in vista di voti da raccattare.
Di certo non è il caso di disperare ma, purtroppo, non c’è da aspettarsi molto da questa maggioranza. Non c’è da aspettarsi molto se il ministro della giustizia spiega da un punto di vista genetico la violenza dell’uomo che, in quanto innata, è difficilmente eradicabile. Analogamente non c’è da fidarsi se la ministra della famiglia esclude con approccio aprioristico l’importanza dell’educazione sessuo-affettivo a scuola. Non c’è da confidare in un ministro dell’istruzione e nel circo variegato di vice ministri e sottosegretari che negano agli operatori scolastici la facoltà di intervenire su temi così importanti e così squisitamente tecnici, propri della sfera educativa, se non con il consenso delle famiglie. Non c’è da sperare nulla di buono da ministri che negano il ruolo del patriarcato, degli stereotipi di genere e la loro scaturigine educativa e culturale, non di certo etnica, nel fenomeno di violenza ricorrente sulle donne.
Un’occasione di civiltà politica e culturale si è persa dietro le paure oscurantiste di una destra cui Meloni non ha saputo opporsi perché il collante del potere è più forte di una causa giusta e della coerenza di una parola data. È una vile retromarcia rispetto a una scelta di coraggio e di apertura, evaporata e dissolta tra pretesti e risse parlamentari. Una vergogna di proporzioni inaccettabili che ci fa sentire tutte più esposte al pericolo.



