
I varchi del mondo
28 Agosto 2026La moschea e l’integrazione
Molto si è letto e scritto sul riaccendersi della querelle tra la comunità islamica bengalese e il Sindaco (e in generale tutta la maggioranza in Comune) e non voglio aggiungere rumore di fondo. Del resto, già in un passato recente ho espresso la mia opinione.
https://www.luminosigiorni.it/diritti-doveri-di-cittadinanza/un-luogo-di-culto-per-i-bengalesi/
https://www.luminosigiorni.it/politica-3/la-moschea-negata-a-mestre-integrazione-o-paura/
Che ripeto brevissimamente: la posizione del Sindaco è oggettivamente poco comprensibile e sgradevole. Perché pone condizioni (prima l’integrazione.. ma chi e come si misura, questa integrazione, tanto per dirne una?) e oppone obiezioni le più varie, tipo che la moschea sarebbe troppo grande, che agli atti non c’è un concordato tra lo Stato Italiano e.. l’Islam (per il semplice fatto che non c’è una figura titolata a sottoscrivere alcunché) chiaramente pretestuose e pure difficilmente comprensibili anche in linea di principio. Anche concettualmente è un pasticcio perché si vincola a un comportamento collettivo (l’integrazione appunto) un diritto individuale (la possibilità di praticare la propria religione in luoghi adeguati). La sensazione, netta, è che in questa postura il Sindaco sia pesantemente condizionato dagli alleati (Lega e FDI) e, penso e spero, se fosse solo per lui si comporterebbe diversamente.
È stato peraltro giustamente sottolineato che il Sindaco precedente aveva egli stesso suggerito alla comunità bengalese di comperare uno spazio in via della Giustizia per fare una moschea. Ed era stata una dimostrazione di buon senso e pragmatismo (criteri che dovrebbero essere la stella polare di ogni Amministrazione) per il semplice fatto che la moschea sarebbe una soluzione che conviene a tutti, la soluzione di un problema, non un problema. Se non altro perché la vastissima comunità bengalese da qualche parte, comunque, si riunirà in preghiera, provocando facilmente i disagi già ampiamente sperimentati.
Infine, vale la pena di sottolineare che la posizione sulla moschea fu una delle domande scomode poste a Venturini, candidato sindaco https://www.luminosigiorni.it/politica-3/3-domande-scomode-a-simone-venturini/, dalla nostra testata. Questa fu la sua risposta:
La nostra posizione è chiara: non siamo favorevoli alla costruzione di una grande moschea a Mestre. Detto questo, la frase che ho rilasciato alla stampa non era una contraddizione, ma una precisazione di metodo: se una comunità religiosa dovesse presentare un progetto formale per un luogo di culto, nessuna amministrazione responsabile può rifiutarsi a priori di esaminarlo. Questo vale per qualsiasi confessione e per qualsiasi progetto edilizio in città. Il punto dirimente, però, è che i luoghi di preghiera per la comunità musulmana esistono già sul territorio veneziano. Non vediamo la necessità di un’opera di nuova costruzione di quelle dimensioni, con tutto ciò che comporta in termini di impatto urbanistico e sociale. La libertà di culto è garantita dalla Costituzione e la rispettiamo. Ma l’integrazione autentica si costruisce con la trasparenza verso tutta la cittadinanza, non con promesse elettorali separate, e mai a scapito delle regole urbanistiche che valgono per tutti.
Con questa dichiarazione il Sindaco si diceva sì contrario a una grande moschea ma non affatto chiudeva a luoghi di culto (e mi rifiuto di pensare che la dimensione dell’opera non sia negoziabile) e soprattutto dichiarava correttamente che se fosse stato presentato un progetto “nessuna amministrazione responsabile può rifiutarsi a priori di esaminarlo”. Quindi non c’era traccia delle condizioni a priori per anche solo discuterne (vedi la fantomatica integrazione).
Detto che sullo specifico tema della moschea in via Giustizia il Sindaco appare indifendibile (e lo dico con rammarico), va detto però che questi ha maldestramente cercato di legare la questione moschea a un tema che è assolutamente reale e gigantesco: la coesistenza di una forte comunità che non condivide vissuto, consuetudini, abitudini, valori. Sul Corriere del 27 u.s. Galli della Loggia ci ha scritto un editoriale che fa pensare: “da almeno due secoli in Occidente si è imposto il principio che la religione costituisce eminentemente un fatto della coscienza individuale, il quale di per sé non può pretendere di dettare le regole e i modi della vita pubblica né tanto meno di regolare i diritti delle persone e i loro rapporti personali. Si chiama laicità. Nell’Islam invece questo principio non esiste ed anzi è considerato una bestemmia. Sicché in misura maggiore o minore in tutti i Paesi islamici la religione è autorizzata a definire la legittimità del potere politico, a stabilire una brutale inferiorità delle donne rispetto agli uomini, a ordinare tutti i rapporti all’interno della famiglia, a dire la sua in una serie infinita di faccende..”. Con singolare coincidenza, sul Gazzettino del giorno dopo, l’imam mestrino Arif Mahmud conferma le osservazioni di Galli della Loggia con parole tutt’altro che concilianti: “le moschee purificano le persone e contribuiscono allo sviluppo della società. Qui le persone si prostrano e parlano al loro Creatore, piangono in preghiera e si pentono dei loro errori, chiedono perdono al Signore e giurano di essere brave persone. (…). Dobbiamo costruire un istituto che unisca l’istruzione islamica a quella generale, che sia migliore del sistema scolastico statale. Dove i nostri figli acquisiranno una vera conoscenza e, quando verrà dato il richiamo alla preghiera, dove non impareranno insulti o oscenità ma piuttosto vergogna, decenza e moralità”. Una nettissima presa di posizione che è di fatto un contromanifesto al multiculturalismo a lungo inseguito dall’élite culturale della nostra società e considerato la soluzione definitiva per la società multietnica.
Vai tu a parlare del conferimento della differenziata o della condizione della donna a chi si prostra al Signore e da lui si aspetta la vera conoscenza. Insomma, Venturini ha posto, male, un problema che sarebbe stolto negare che esista. Una cosa è garantire senza ambiguità un diritto costituzionale, altra cosa è pensare che l’esercizio di quel diritto renda automaticamente più semplice la convivenza civile.
Per questo considero sbagliato subordinare la concessione di un luogo di culto a una generica e indefinita “integrazione”: sarebbe un precedente pericoloso e, prima ancora, un modo concettualmente confuso di affrontare il problema. Ma considero altrettanto sbagliato rimuovere il problema che quella formula, sia pure maldestramente, cercava di evocare. Una comunità numerosa e culturalmente distante dalla maggioranza non si integra semplicemente mettendole a disposizione uno spazio per pregare; così come non si integra negandoglielo.
Non ho ricette, né formule taumaturgiche. So però che il problema non scomparirà negandolo e che non verrà risolto nemmeno trasformando ogni differenza culturale in un’emergenza. Occorre invece lavorare di cesello: dialogare, pretendere reciprocità, fissare con chiarezza ciò che è negoziabile e ciò che non lo è, e soprattutto costruire una cittadinanza comune nella quale diritti e doveri valgano davvero per tutti.
È un lavoro lungo, faticoso e probabilmente privo di risultati spettacolari nel breve periodo. Vaste programme, certamente. Ma è l’unica strada seria. Perché l’alternativa, alla fine, è lasciare il campo da una parte ai rifiuti pregiudiziali e dall’altra alle illusioni del multiculturalismo senza condizioni; oppure, peggio ancora, alle “soluzioni” demenziali e del tutto irrealizzabili della remigrazione e altre facezie vannacciane.
Immagine di copertina © VeneziaToday



